IL SOGNO IN TERAPIA: COME RITROVARE MOVIMENTO EMOTIVO E SUPERARE LA RIGIDITA’ PSICOLOGICA

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La nostra mente funziona un po’ come un organismo in movimento: sta bene quando può scorrere tra emozioni diverse, senza restare incastrata sempre nello stesso punto. Ogni giorno proviamo sentimenti contrastanti: possiamo essere curiosi e spaventati, forti e vulnerabili, desiderosi di solitudine e allo stesso tempo bisognosi di vicinanza.

Quando il movimento si blocca

A volte però questo naturale “vai e vieni” emotivo si inceppa. Succede quando:

  • ci irrigidiamo su un’emozione sola
  • ci difendiamo troppo
  • cerchiamo sicurezza in schemi che non ci fanno più bene

Queste difese ci proteggono… ma solo in apparenza. Nel tempo ci chiudono, ci limitano, ci fanno sentire immobili.

Il sogno: un alleato prezioso in terapia

Ed è qui che entra in gioco il sogno. In terapia, il sogno non è un mistero da decifrare o un rebus da risolvere. È un messaggio dell’inconscio, un modo che la nostra mente usa per parlarci quando siamo troppo occupati — o troppo spaventati — per ascoltarci da svegli.

Il sogno porta alla luce:

  • emozioni che non riusciamo a esprimere
  • desideri che non ci concediamo
  • paure che evitiamo
  • parti di noi che chiedono spazio

Spesso lo fa con immagini strane, simboli, scene che sembrano senza senso. Ma proprio lì dentro c’è qualcosa di importante.

Cosa succede in terapia quando si porta un sogno

Il terapeuta e il paziente esplorano il sogno insieme. Non per “interpretarlo” in modo rigido, ma per capire che cosa sta cercando di dire quella parte di noi che di solito resta in silenzio.

Il sogno può:

  • mostrare un blocco emotivo
  • suggerire una direzione nuova
  • far emergere un bisogno nascosto

E’ come se si aprisse una porta su una stanza che non sapevamo esistesse all’interno di noi.

Un esempio concreto

Immagina una persona che oscilla tra momenti di forza e momenti di fragilità. A volte vuole stare sola, altre volte sente un forte bisogno di vicinanza. Finché questo movimento resta fluido, va tutto bene. Ma quando si blocca — quando la persona resta incastrata solo nella solitudine o solo nella dipendenza — nasce la sofferenza.

Un sogno può arrivare proprio in quel momento, portando un’immagine che rompe l’immobilità: una porta che si apre, una strada che si biforca, una voce che chiama. Piccoli segnali che, in terapia, diventano spunti per rimettere in moto ciò che si era fermato.

Il sogno come ponte verso un nuovo equilibrio

Lavorare sui sogni significa:

  • sciogliere rigidità
  • recuperare flessibilità
  • ritrovare un equilibrio più autentico
  • tornare a muoversi tra le emozioni senza paura

È un processo graduale, paziente, ma profondamente trasformativo. Il sogno illumina ciò che è nascosto e ci aiuta a ritrovare la libertà di cambiare.

Milena Lazzari

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COSA ACCADE QUANDO LA “MACCHINA” DIVENTA UN NUOVO ALTRO

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L’Intelligenza Artificiale (AI) sta diventando sempre più presente nella nostra vita quotidiana. Per molti, l’AI rappresenta un nuovo “altro”: un’entità che comunica, risponde, interagisce, ma senza coscienza, senza corpo e senza affetti reali. Questa relazione può attivare dinamiche psicologiche profonde.

AI e proiezioni psicologiche: cosa proiettiamo sulla macchina

L’interazione con l’AI può attivare meccanismi di proiezione, ovvero la tendenza a vedere nella macchina parti della nostra personalità, desideri inespressi o aspetti che non riconosciamo in noi stessi. Allo stesso tempo, l’AI può generare ansie e angosce esistenziali, soprattutto quando viene percepita come una minaccia alla nostra unicità, creatività e identità.

AI, desiderio e inconscio: cosa cambia nella nostra esperienza umana

Freud descriveva il desiderio come una forza inconscia che guida le nostre azioni. Oggi, gli algoritmi predittivi dell’AI, capaci di anticipare preferenze e comportamenti, rischiano di modificare il nostro rapporto con il desiderio stesso.

Se tutto viene automatizzato e previsto:

  • il desiderio perde la sua funzione di ricerca
  • l’esperienza umana si appiattisce
  • la spontaneità si riduce

Da un lato c’è ciò che la macchina può fare; dall’altro c’è ciò che resta a noi, spesso percepito come “troppo poco”.

Delegare all’AI: il rischio di perdere capacità critiche

Affidare all’AI funzioni cognitive ed emotive può portare a:

  • riduzione della capacità critica
  • impoverimento della comprensione
  • dipendenza dalle risposte automatiche
  • atrofia delle nostre funzioni creative e intuitive

La comprensione autentica nasce dal corpo, che è parte della nostra identità e del nostro senso dell’Io. Nel corpo risiedono limiti, contraddizioni, desideri: elementi che la macchina non possiede.

AI come difesa dall’incertezza

L’AI può diventare una difesa contro la complessità della vita umana. Quando riduciamo l’esistenza alla sola dimensione del calcolo, perdiamo la nostra soggettività fatta di:

  • tensioni
  • pulsioni
  • confini
  • limiti

L’AI può ridurre l’ansia che deriva dal dover prendere delle decisioni, ma anche limitare la nostra capacità di pensare, immaginare e trasformarci.

Ritrovare l’umano nell’era dell’AI

Gli esseri umani crescono attraverso crisi, errori, trasformazioni. Per questo è fondamentale costruire una vita in armonia con:

  • il corpo
  • i suoi bisogni
  • le sue tensioni
  • il desiderio che nasce da esso

Dobbiamo imparare a convivere con la nostra complessità, con il caos che ci rende umani.

Il mondo fatica a metabolizzare la velocità dello sviluppo virtuale. E rischiamo di sentirci privati della nostra essenza se tutto può essere sostituito da una macchina.

La tecnologia facilita la vita, ma non deve farci dimenticare che il valore non è solo arrivare a destinazione, ma il viaggio che compiamo per farlo.

Milena Lazzari – Psicoterapeuta

AI E PSICHE UMANA: RIFLESSIONI SU DESIDERIO, CORPO E IDENTITA’ NELL’ERA DIGITALE

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L’AI viene vista come un nuovo “altro”,  un entità che comunica ma senza  COSCIENZA O AFFETTI REALI.

L’interazione con la “macchina” può attivare meccanismi di proiezione, ossia la tendenza a vedere in essa aspetti della nostra personalità o dei nostri desideri inespressi.

Può anche però generare ansie e angosce esistenziali.

Noi umani  possiamo percepirla come una minaccia alla nostra unicità e creatività .

Freud parlava di pulsioni e desideri inconsci che guidano le nostre azioni.

L’IA con i suoi algoritmi predittivi e la capacità di anticipare le nostre preferenze potrebbe influenzare il modo in cui ci rapportiamo al desiderio.

Se tutto viene automatizzato e anticipato il ruolo del desiderio potrebbe subire trasformazioni profonde . Da un lato c’è tutto quello che può fare la macchina , tutto ciò che offrono gli algoritmi, dall’altro c’è quel “poco” che possiamo fare noi.

Invece di dotarci di una maggiore capacità di conoscere e di agire  deleghiamo le nostre capacità e funzioni all’intelligenza artificiale impoverendo così la nostra capacità di comprensione.

La comprensione avviene attraverso il corpo che è parte della nostra identità e del senso dell’Io.

Nel corpo risiedono limiti, desideri contraddizioni che la macchina non ha.

 L’AI può essere vista  come una forma di difesa contro l’incertezza e la complessità della vita umana.

Quando riduciamo le varie dimensioni dell’esistenza alla sola dimensione del calcolo  perdiamo la nostra soggettività . fatta di tensioni, pulsioni, confini e limiti.

 Affidarsi a sistemi intelligenti per prendere decisioni o per elaborare delle informazioni potrebbe ridurre l’ansia dell’individuo ma anche limitarne la CAPACITÀ CRITICA.

Il nostro delegare alle macchine la nostra capacità di pensare, di creare, di intuire e di immaginare crea una sorta di atrofia.

Noi umani risolviamo continuamente problemi attraverso il corpo e superiamo crisi che ci trasformano continuamente.

Dobbiamo costruire una vita in armonia  con  la nostra natura umana, con il corpo, i suoi bisogni, le sue tensioni e con il desiderio che proviene da quel corpo.

Dobbiamo convivere con la nostra complessità, con il caos del nostro essere umani.

Il mondo non è in grado d metabolizzare il cambiamento e regolare la capacità di sviluppo del virtuale che si sta manifestando.

 Inoltre, rischiamo di sentirci privati della nostra essenza se tutto può essere sostituito dalle macchine.

La macchina facilita la vita ma ci fa perdere il focus sul punto che non è arrivare da qualche parte ma il viaggio che occorre intraprendere per arrivarci.

Milena Lazzari

COSA SUCCEDE DOPO UN EVENTO TRAUMATICO?

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Evento Traumatico

 

L’essere stato vittima di un evento traumatico porta a conseguenze che possono essere riscontrabili non solo a livello emotivo, ma lasciano il segno anche nel corpo di chi è sopravvissuto a uno di questi eventi.

Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che le persone che hanno vissuto traumi importanti nel corso della vita portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando, ad esempio, un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala.

Queste scoperte, avvenute negli ultimi anni grazie all’utilizzo di strumenti di indagine sempre più sofisticati, gettano luce sulla stretta connessione mente-corpo. Ciò che ha un impatto emotivo molto forte si ripercuote anche a livello corporeo, quindi, risulta evidente che intervenire direttamente sull’elaborazione di questi eventi traumatici abbia un effetto anche la neurobiologia del nostro cervello.

Subito dopo aver vissuto un evento traumatico il nostro organismo e il nostro cervello vanno incontro ad una serie di reazioni di stress fisiologiche, che nel 70-80% dei casi tendono a risolversi naturalmente senza un intervento specialistico.

Questo avviene perché l’innato meccanismo di elaborazione delle informazioni presente nel cervello di ognuno di noi è stato in grado di integrare le informazioni relative a quell’evento all’interno delle reti mnestiche del nostro cervello, rendendolo “digerito”, ricollocato in modo costruttivo e adattivo all’interno della nostra capacità di narrare l’accaduto.

Ma cosa succede quando questo non avviene?

Alcune persone continuano a soffrire per un evento traumatico anche a distanza di moltissimo tempo dall’evento stesso. Spesso riportano di provare le stesse sensazioni angosciose e di non riuscire per questo motivo a condurre una vita soddisfacente dal punto di vista lavorativo e relazionale. In questi casi, quindi, il passato è presente.

Questo quadro sintomatologico, che può arrivare fino a delinearsi in un Disturbo da Stress Post-Traumatico, è caratterizzato appunto dal “rivivere” continuamente l’evento traumatico, continuando a provare tutte le emozioni, sensazioni e pensieri negativi esperiti in quel momento. E’ proprio quando ci si rende conto che le reazioni sono di questo tipo e che la sofferenza è significativa che è necessario chiedere aiuto ad uno specialista.

Di seguito vengono riportate alcune informazioni importanti da tenere presente quando si ha a che fare con persone che sono state esposte ad un evento traumatico. Esse possono essere un valido aiuto per comprendere quali siano le risposte tipiche a seguito di un evento di tale portata e quando è necessario intervenire con un supporto specializzato.

Di cosa abbiamo bisogno quando subiamo un’esperienza traumatica?

  1. Avere una persona con cui parlare dei propri pensieri e sentimenti. È importante considerare il fatto di aver bisogno di un aiuto di una persona di fiducia per superare il momento.
  2. Cercare di mantenere la routine quotidiana, per esempio tornare al lavoro al più presto, anche se la capacità lavorativa sarà ridotta perché ci si potrebbe stancare facilmente.
  3. Essere consapevoli che, anche se le reazioni e le emozioni sono forti, questo è normale.
  4. Darsi il tempo necessario per riguadagnare le proprie forze.

Le reazioni durante e dopo l’incidente, che in realtà proteggono da un crollo psicologico, sono:

  • Senso di irrealtà– Si ha la sensazione di essere dentro a un film, le scene si svolgono come al rallentatore, i sensi sono acutizzati per fare una rapida valutazione dei pericoli presenti nella situazione, cercando delle vie d’uscita o altre soluzioni. Subito dopo l’esperienza traumatica, la realtà quotidiana attorno a noi può sembrare irreale o irrilevante, come se ci trovassimo sotto a una campana di vetro o in mezzo ad un incubo
  • Reazioni fisiche– Sono normali la tachicardia e il senso di nausea. In genere si sente caldo o freddo, oppure paura di stare da soli, bisogno di vicinanza, di un supporto e aiuto concreto

Alcune delle reazioni successive all’evento:

  • Pensieri intrusivi – Arrivano involontariamente pensieri, ricordi e immagini di quello che è successo. Compaiono soprattutto in momenti di rilassamento, per es. prima di dormire e si accompagnano di un senso di disagio.
  • Problemi di sonno– In genere il sonno è leggero, ci si sveglia spesso, si hanno degli incubi o sogni ricorrenti dell’evento.
  • Associazione con altri stimoli– È comune che alcuni stimoli ambientali, persone o situazioni richiamino l’evento in modo involontario. Questo è dovuto al fatto che l’evento viene associato ad altri fattori che provocano un certo malessere o ansia. Ovviamente lo stimolo da solo, se non venisse associato all’evento traumatico, non genera alcun disagio.
  • Difficoltà di concentrazione– Poca concentrazione in attività quale la lettura, la visione di un film, ecc.
  • Reazioni fisiche– Problemi di stomaco, senso di nausea, stanchezza.
  • Disperazione– È difficile accettare i fatti attuali e non si riesce a pensare al futuro in modo adeguato.
  • Colpa– Si ha senso di colpa ad esempio per essere sopravvissuti quando un’altra persona è morta o ferita gravemente. C’è una tendenza a colpevolizzarsi per non avere fatto a sufficienza. È comune dirsi: “Se io solo avessi…”
  • Vulnerabilità – Paura del futuro oppure impazienza e irritazione con gli altri, sopratutto con i familiari. Indifferenza verso cose che prima dell’incidente erano molto importanti per la persona. Questo a volte crea incomprensione con gli altri da cui scaturiscono ulteriori difficoltà.
  • Il significato della vita– Le persone pensano ripetutamente a quello che è successo per cercare di capire e dare un senso a quanto accaduto. Sono molto comuni pensieri riguardanti la vita e la morte e le cause che hanno portato all’evento traumatico vissuto. Ci si rende conto di essere estremamente vulnerabili e si è in apprensione rispetto all’eventualità che l’evento traumatico possa ripresentarsi nuovamente.

COME STARE IN UNA RELAZIONE SODDISFACENTE

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Accettare la propria realtà psichica è un requisito indispensabile per la crescita e la maturazione delle relazioni intime. Non saper distinguere tra sé e l’altro implica negare gli aspetti dolorosi e insopportabili del proprio mondo interno, finendo per limitare molto la conoscenza di sé e travisare gli altri e le relazioni con loro (partner, figli, amici). L’altro non lo possiamo possedere, non ci appartiene mai. Una relazione soddisfacente richiede la capacità di accettare l’individualità dell’altro.

L’importanza di dare e ricevere

Una persona non può solo ricevere ma deve anche saper dare, cogliere i bisogni dell’altro e della relazione. Il bambino fin da piccolo è nella condizione di poter comprendere che ci sono delle relazioni da cui è escluso, altre in cui è incluso e altre ancora che può creare da sé. Questa consapevolezza è fondamentale per la crescita personale e per costruire relazioni soddisfacenti in età adulta.

Conflitti nelle relazioni

Spesso non accettiamo che l’altro abbia un’esistenza indipendente e ci aspettiamo invece che sia sempre sulla nostra stessa lunghezza d’onda, che ci sia sempre e che sia sempre comprensivo verso di noi. Stare in una relazione di coppia vuol dire rinunciare all’investimento assoluto su di sé, riuscendo a distinguere tra sé e l’altro e riconoscendo ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. Il conflitto nelle relazioni nasce spesso dal nostro cercare di mettere nell’altro le parti di noi che non amiamo e che non riconosciamo come vere.

Il percorso terapeutico

Attraverso il percorso terapeutico si cerca di riappropriarsi di quelle parti di sé liberando l’altro e cercando di capire come e perché quelle parti siano così intollerabili. La terapia di coppia può essere un valido strumento per affrontare e risolvere i conflitti nelle relazioni, aiutando entrambi i partner a crescere e maturare insieme. Amare vuol dire rinunciare al controllo sull’altro e accettarlo per quello che è anziché farlo diventare il contenitore in cui evacuare le nostre emozioni mal digerite e le parti di noi che non ci piacciono.

Comunicazione e intimità

Occorre dunque trovare uno spazio per poter pensare le proprie esperienze emotive e comunicarle nell’intimità della relazione. Nessuna relazione può essere un’unità perfetta. Qui sta il primo tradimento implicito nell’essere coppia sentimentale. Occorre dunque capire se una coppia si è incontrata fantasticando di essere uno invece che due o se i due membri di quella coppia sono consapevoli della realtà psichica dell’altro.

La crescita personale nelle relazioni

La crescita personale è un elemento chiave per mantenere una relazione soddisfacente. Ogni individuo deve lavorare su se stesso, riconoscendo e accettando le proprie imperfezioni e quelle del partner. Questo processo di auto-riflessione e miglioramento continuo è essenziale per costruire una relazione sana e duratura. La terapia di coppia può supportare questo percorso, offrendo strumenti e strategie per affrontare le sfide e i conflitti che inevitabilmente sorgono nelle relazioni.

L’importanza dell’empatia

L’empatia è un altro aspetto cruciale per una relazione soddisfacente. Essere in grado di mettersi nei panni dell’altro, comprendere i suoi sentimenti e bisogni, e rispondere in modo adeguato, può fare una grande differenza nella qualità della relazione. L’empatia aiuta a creare un legame più profondo e a risolvere i conflitti in modo più efficace.

Conclusione

In conclusione, una relazione soddisfacente richiede impegno, comprensione e crescita personale. Accettare la propria realtà psichica, distinguere tra sé e l’altro, e lavorare sui conflitti attraverso la terapia di coppia sono passi fondamentali per costruire una relazione sana e duratura. La comunicazione aperta e l’empatia sono strumenti essenziali per mantenere una connessione profonda e significativa con il partner. Ricorda che nessuna relazione è perfetta, ma con il giusto impegno e dedizione, è possibile creare una relazione soddisfacente e appagante.

Milena Lazzari

PANICO E SENSAZIONI DI STRANIAMENTO

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A volte la persona è ansiosa e lamenta sintomi come  polso accelerato, sudorazione, tensione muscolare ma non ha coscienza di alcun pensiero riguardante un pericolo incombente.

L’attacco di panico che ne può derivare è un sintomo psicologico causato da un’angoscia nella quale la valutazione del pericolo riguarda qualcosa di cui la persona sofferente non vuole prendere coscienza perché se ne vergogna per esempio.

Gli attacchi di panico come altri sintomi, ad esempio i rituali ossessivo-compulsivi, sono un disperato tentativo di evitare di prestare attenzione a pensieri minacciosi.

Alterazioni del senso di realtà denominate depersonalizzazioni (ovvero il vissuto di sé come irreale) o derealizzazioni (ovvero il vissuto dell’ambiente esterno come irreale) sono sintomi che insorgono come tentativo di evitare di prendere coscienza del contenuto di pensieri che suscitano angoscia. Si focalizza dunque l’attenzione su una percezione che distrae, come ad esempio il sentire che si osserva se stessi dall’alto o a distanza o che tutto sembra “fuori”, alterato, estraneo così da non dover prestare attenzione ai pensieri minacciosi. La sensazione di essere sconnessi da se stessi o che le cose intorno a noi siano strane e non riconoscibili generano un senso di inquietudine e di smarrimento.

Quando si verificano nella propria storia degli eventi spiacevoli da cui si viene sopraffatti (che possono riguardare la sfera sessuale (un abuso, una relazione incestuosa o un maltrattamento per esempio) si possono mettere in campo delle difese per far fronte all’angoscia e ai sentimenti ambivalenti che si che si sono provati.

La difesa è una riposta psicologica sollecitata da un affetto spiacevole il cui scopo è quello di evitare di provare quell’affetto. Depersonalizzazione e derealizzazione sono difese contro l’angoscia come l’attacco di panico e i sintomi ossessivo compulsivi.

L’angoscia è un segnale di pericolo che si verifica quando un persona formula il giudizio che la situazione attuale somiglia ad una spiacevole situazione passata. Poiché è sgradevole, una risposta naturale è il tentativo di eliminarla evitando quella situazione che il paziente pensa sia pericolosa (come è stata realmente pericolosa invece una situazione vissuta nel passato ma poi dimenticata) ma che nella realtà presente non lo è.

La terapia ha il compito dunque di occuparsi delle risposte adattative motivate da angosce basate su erronee valutazioni di pericolo che limitano fortemente la vita attuale della persona impedendole di crescere e di realizzare se stessa e i propri progetti generando un profondo malessere.

Nel trattamento quindi è importante incoraggiare il paziente a parlare di quello a cui evita di pensare permettendo al contenuto pericoloso che si cerca di evitare di affiorare alla coscienza in modo da risolvere l’angoscia e procedere così ad una piena realizzazione di sé.

Dott.ssa Milena Lazzari

Psicoterapeuta

COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA?

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COSA DETERMINA IL CAMBIAMENTO NEL LAVORO TERAPEUTICO?

Nella relazione con il paziente a volte non accade nulla, c’è ripetizione a tratti monotona e sterile. Poi, improvvisamente, qualcosa cattura il nostro interesse. Un guizzo, qualcosa che il paziente dice o fa che ci ridesta. Giunge con il movimento lento, impercepibile, in una dimensione dove pensieri, sensazioni, emozioni scorrono anche quando non sembra. Qualcosa ci ispira!

Avere un’ispirazione equivale forse a sviluppare ulteriormente la creatività, l’attenzione, la riflessione  e rafforza la capacità di trasformare la realtà di quella storia vissuta ma non pensata che il paziente porta in terapia.

Penso che avere un’ispirazione equivalga a vivere con più consapevolezza di sé e con più pienezza dentro e fuori dalla stanza di terapia.

La psicoterapia rappresenta quello sforzo riflessivo, consapevole, a lasciare andare una vitalità inconscia istintiva  che erompe da dentro e genera un pensiero nuovo.

Solo l’ispirazione rende viva un’opera d’arte e lo stesso vale per la terapia.

Per quanto la tecnica possa essere impeccabile, è solo entrando in risonanza con la dinamica di funzionamento di quel paziente in quel momento, in quel modo che si raggiungerà quella sintonizzazione emotiva che consente l’accesso e la trasformazione dei livelli più profondi del sé.

L’obiettivo è quello di raggiungere e di intercettare qualcosa che non può ancora essere stata  pensata,  senza forma, per aiutarla ad affiorare rendendola percepibile e pensabile.

 L’ispirazione crea significati nel confronto che diventano  spunto per nuove ispirazioni  provocando turbamento, tollerando il vuoto di pensieri, senza riempirlo prematuramente di significati posticci  ma consentendo di metabolizzare l’esperienza, facendo decantare le sensazioni e lasciando emergere nuove immagini nelle fantasie e nei sogni.

Pellizzari diceva di come fare psicoterapia sia un’arte, l’arte di stare nell’area del possibile, quella fatta delle risorse che si hanno in quel momento che stanno sia in capo al paziente che al terapeuta e all’ambiente in cui sono collocati entrambi. Curiosità, passione e piacere sono gli ingredienti fondamentali perché si impari davvero qualcosa dall’esperienza e si possa manifestare l’ispirazione. L ‘ispirazione scaturisce dalla passione perché se non ci si appassiona di quello che si sta facendo e  della storia del paziente non si può trasmettere interesse e curiosità al paziente affinché provi a vedere e a narrare la sua storia in un altro modo.

Nella psicoterapia il paziente conosce il suo terapeuta attraverso il transfert, attraverso il suo tendere a “trasferire” sul terapeuta i suoi conflitti irrisolti con le persone importanti della sua vita.

Ciò gli permette di conoscere e trasformare se stesso, le proprie teorie su chi è, di diventare più padrone di sé. Si tratta di un incontro che diviene fonte di scoperta e di esplorazione tra i due interlocutori.

La messa in scena nel transfert delle situazioni traumatiche, generatrici di una sofferenza indicibile , è alla base della loro elaborazione terapeutica. Ma ci sono anche i sentimenti che il paziente suscita in noi che ci guidano verso la conoscenza dell’altro e di noi stessi (controtransfert).

Entrambi questi concetti di transfert e controtransfert diventano fonte dei ispirazione nella terapia, introducono qualcosa di nuovo.

La metafora, la  poesia, le storie, il gioco danno voce  a qualcosa che è presente ma non sa parlare di sé; ci fa vedere le cose in un modo tale da rivelarcele diverse da come eravamo abituati a vederle. Rende visibile l’invisibile.

Al paziente, quando si porge l’immagine giusta si da modo di dire la sua storia e di dare voce al sentimento muto presente dentro di lui.

Lo scopo del nostro lavoro è di “rimettere nel cuore i frammenti bloccati di un passato che non passa” e lo possiamo fare solo attraverso la nostra sensibilità e la nostra capacità di “entrare in gioco” nella relazione con il paziente con fantasia, audacia, e il piacere della nostra curiosità.

Il compito della terapia è quello di creare un’area di riflessione non scontata che possa sorprendere, incuriosire e generare una conoscenza nuova, rendendo la sofferenza interessante e diventando così l’occasione di una  crescita, di una trasformazione.

Milena Lazzari

psicologa-psicoterapeuta

 VIVERE O MORIRE

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Il tentativo di suicido in adolescenza

L’adolescente che cerca di uccidersi compie un’azione di crudeltà verso se stesso e verso le persone che sono in relazione con  lui.

Nel corso delle terapie con questi ragazzi viene  fuori rabbia e desiderio di vendetta e un dolore intollerabile causato da un intimo e profondo sentimento di inadeguatezza che li accompagna da sempre.

Se un giovane cerca di togliersi la vita non è mai il caso di sottovalutare, minimizzare o sdrammatizzare perché si vede che qualcosa di grave c’è se si prova il desiderio di morire. Quello che è davvero efficace e può rappresentare nel tempo un deterrente a cercare di procurarsi la morte è offrirgli una relazione di senso, una presenza sollecita e una condivisione anche di momenti di vuoto, di dolore e di sentimenti perché il suicidio avviene quando un ragazzo si convince che la  trama delle sue relazioni familiari, amicali e amorose è fasulla.

Occorre tenere legati i ragazzi dentro delle relazioni dove sentano di poter parlare della morte.

A volte i genitori sono emotivamente sordi perché non colgono la richiesta di aiuto e si attivano solo quando diventa un urlo disperato.

Capire significa accorgersi che il figlio è  cresciuto e sta diventato un soggetto sociale e sessuale,  membro di una coppia amorosa  ed esposto quindi al dolore.

A volte i genitori si rendono conto che dal canto loro hanno preteso troppo o troppo poco .

Il suicidio ha origini profonde nella mente dell’adolescente e nella rete delle relazioni affettive dalle quali sta cercando di trovare la via d’uscita , perché la sua fragilità ha radici lontane. La questione urgente alla base del tentato suicidio è il ritardo nel crescere e la fatica a separasi dall’area materna.

La convinzione di questi ragazzi  è che il futuro sia morto,  che non ci sono progetti e vocazioni da realizzare. Si sentono inadeguati a relazionarsi con i processi di crescita.

L’adolescente, relegato in un eterno presente buio, diventa incapace di sperare,  di progettare. Non è tanto disposto ad assumersi la responsabilità del suo futuro e di quello che diventerà.

Nella sua vita è in corso un lutto per un sé che non può mantenere le premesse di grandiosità che erano state fatte durante l’infanzia.

Da qui deriva il trauma della perdita della perfezione e il lutto per la morte di un futuro troppo bello per essere vero, di cui l’adolescente deve prendere consapevolezza accettando che la vita sia piena di limiti e imperfezioni ma vale comunque la pena di essere vissuta.

L’adulto deve ammettere che la vita è fatta di dolore e perdite.

Gli adolescenti spesso non lo sanno, anzi sono stati ingannati  proprio sull’esistenza del dolore e della perdita. Loro si distraggono, si divertono  assordandosi, usando sostanze anestetiche o euforizzanti per non avvertire il dolore ma in realtà il fatto è che anche i ragazzi possono soffrire  e quando ciò accade non sanno come fare a gestirlo visto che non l’hanno mai imparato , perché non sanno se passerà quel dolore così intenso e pensano che la vita sia solo sofferenza.

I ragazzi più fragili sperimentano sentimenti di vergogna e di mortificazione di una tale intensità che il dolore che ne deriva è cosi insopportabile da dare sfogo ad una rabbia vendicativa nei confronti dell’oggetto capace di suscitare una tale umiliazione e sofferenza. Ma quella rabbia finiscono per rivolgerla in primis contro se stessi.

Dover mostrare che nel futuro non ci sarà nessuna grandiosità o talento particolare ma prestazioni normali  suscita vergogna, basata sulla consapevolezza di essere incapace di attendere alle aspettative di grandezza.

Gli adolescenti sono alla disperata ricerca di un riconoscimento,  di uno sguardo  rispecchiante che non arriva mai, risultando invece implacabilmente severo. Il messaggio che arriva e che loro sono sbagliati ma è sbagliato anche il modo sacrificale, esagerato  con cui certe madri e certi padri svolgono il loro compito di crescita del figlio o di attese che il figlio realizzi qualcosa di davvero speciale nella propria vita.

Genitori che muovono una critica, un rimprovero aspro, l’indifferenza, la svalutazione, l’abbandono o una valutazione negativa. 

Il suicidio è quasi sempre un modo per riscattarsi dall’offesa della ferita narcisistica subita. Solo quando l’oggetto è disposto a ritirare le proprie aspettative si allenta la pressione   e si possono evitare le ritorsioni.

Di fondamentale importanza per superare il blocco evolutivo è sganciarsi dall’area iperprotettiva materna per realizzare, accompagnati dal padre , progetti  meno idealizzati e raggiungibili con la costanze  e l’impegno.

Al padre va il compito di legittimare la femminilità della figlia e la virilità del maschio aiutandoli a comunicare i sentimenti che hanno a che fare con il corpo, l’aggressività  e il desiderio.

L’unico antidoto all’attrazione che esercita la morte è costruire legami solidi e significativi che sappiano contenere il pensiero della morte stessa facendo sentire l’importanza dei vincoli che si creano, all’interno dei quali occorre parlare delle fatiche del vivere.

Milena Lazzari – Psicologa-psicoterapeuta

L’ADOLESCENTE E IL SUO CORPO

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“Non è bella questa età!”

Con queste parole Sara, una ragazza di 15 anni grida al mondo il suo dolore per un passaggio difficile che non sa come affrontare. E’ appena entrata nel centro dove la attende la sua terapeuta. “Era più bello quando ero piccola perché c’era sempre qualcuno vicino, perché ora questo corpo non è più mio”.

Parole dette con la potenza del dolore, urlate in un posto in cui sente che possono essere accolte prima ancora di essere capite e interpretate. Per Sara, i cui primi anni di vita sono stati caratterizzati da un forte disagio, questa fase della vita e sicuramente più difficile di quanto lo sia per altri ragazzi. Nell’affrontare il tema dell’identità corporea  il passaggio dall’infanzia all’adolescenza avviene ormai senza riti di passaggio che ne sanciscano il significato. Il senso di onnipotenza che pervade la vita affettiva del bambino passa nel ragazzo che deve fare i conti con una delle trasformazioni più radicali dell’intera esistenza.

Questo colloca oggi l’adolescenza in una dimensione aspecifica che si estende in un arco di tempo dilatato .

Il ragazzo che chiede un intervento chirurgico per migliorare il proprio naso, la ragazza che vuole migliorare il proprio seno o che si mette a dieta ferrea, i ragazzi che attraverso la depilazione rincorrono un’immagine femminile, adornare il proprio corpo con  tatuaggi e  piercing insieme alla non accettazione di momenti fisiologici come quelli dell’acne sono comportamenti che possono essere interpretati come un rifiuto di abbandonare l’Eden dell’infanzia o anche come un tentativo di aderire agli standard proposti dagli adulti.

Molto è stato detto sulla ricerca della perfezione estetica e sull’eccesso di richieste di standard sempre più elevati di bellezza e successo. Il corpo  è per l’adolescente il luogo sul quale si giocano le principali trasgressioni rispetto al mondo degli adulti che costituiscono un canale di comunicazione con l’esterno. Aderire alla moda dei pari vuol dire indossare una prima identità che lo definisce libero dagli standard della famiglia. Le continue trasformazioni del corpo richiedono una buona dose di adattabilità perché il ragazzo trovi di volta in volta le forme che esprimono il suo peculiare modo di essere al mondo.

Il corpo, che può essere modificato ma non trasformato, può esprimere vigore ma anche essere sede di fastidi, malesseri e malattie accettando le graduali limitazioni al proprio prorompente narcisismo. Ma se il bambino di ieri non è stato abituato a fare i conti con alcun tipo di dolore  e se gli adulti sono capaci di cambiare i propri connotati fisici perché gli adolescenti non dovrebbero fare lo stesso?

Ci sono situazioni in cui il bambino sperimenta l’impossibilità di far fronte a un minimo disagio del corpo  che si caratterizza come un involucro inviolabile cui non bisogna far patire il minimo danno. Manca cioè quel contenimento che consente gradualmente di fare i conti con la tolleranza e con la capacità di attribuire senso. Ci troviamo di fronte ad un corpo che non viene più definito dal limite ma dalla sua possibilità di superarlo anche attraverso l’accettazione di un dolore (fisico) ricercato come esperienza  come ci raccontano certe forme di piercing o il cutting. Ci confrontiamo con un corpo che fatica ad essere mentalizzato perché non c’è tempo di aspettare che il dolore passi e non c’è modo di apprezzare l’originalità della differenza. Il corpo dei nostri adolescenti è diventata la sede di tutti i disagi che costellano la trasformazione e l’espressione di tutti i sentimenti che la pervadono. Come se la frustrazione, la rabbia e la delusione che non sono più contenute a livello mentale e non trovano posto nemmeno nell’adulto, trovassero una via d’uscita in azioni perpetuate sul proprio corpo. Un corpo sul quale vengono a iscriversi ribellioni, proteste sorde, rivalse.

Il cutting è un tentativo di vivere sul proprio corpo un dolore altrimenti indicibile. E’ la possibilità di infliggere un danno  al corpo immacolato dell’infanzia. “Quelle ferite mi ricordano momenti terribili che altrimenti non avrebbero avuto luogo”. Questo mi disse una ragazza che non si era mai permessa di sentire un dolore che aveva vissuto attraverso il corpo. Restava sul corpo una traccia che le dava un senso di continuità, tagli che sembrano aprire una comunicazione tra il mondo esterno e il mondo interno. “Quel sangue mi fa sentire una calma interiore e non mi sento più vuota.

Un sentimento diffuso nei giovani è quello della  vergogna determinato dal non sentirsi all’altezza del mandato genitoriale ovvero “sii te stesso a modo mio”. Parliamo di standard prestazionali d’eccellenza da parte di genitori che non mortificano il talento ma lo esaltano in figli con esistenze sempre più iperattive che si angosciano quando cominciano ad arrancare.

Avere un corpo forte e meglio definito con diete ed esercizio fisico significa plasmare nel corpo la propria identità con un tendere ossessivamente alla perfezione. L’Impossibilità a sostare nel dolore sposta l’attenzione sul corpo, unico oggetto investito. Una virilità e una femminilità dunque fatte di solo corpo. Nel corpo viene messo in atto un conflitto tra controllo e abbandono pulsionale.

I genitori non si possono deludere; non c’è spazio per la rabbia, per la tristezza o per il dolore dell’esistere. Ci troviamo di fronte a un modello materno potente e dominante e ad un modello paterno fragile  e non riconosciuto.

E’ questo il tempo del vuoto identitario. “Ti dico io cosa provi e chi sei” in un ottica di evitamento del dolore e di non separatezza favorite dai genitori che iper-investono nella prestazione del figlio: il fare si sostituisce all’essere e al sentire.

Il corpo è un oggetto esibito e competitivo. Se l’ideale è irraggiungibile il corpo viene attaccato e la vergogna per la propria inadeguatezza spinge il giovane a ritrarsi da qualsiasi vero incontro con l’altro che finisce per essere solo una stampella narcisistica del  proprio sé.

I corpi diafani che si aggirano come fantasmi, i corpi feriti che portano in giro la memoria di un dolore, i corpi inadeguati o superpotenti sono alla ricerca di un significato da dare al proprio cambiamento. E’ necessario non esserne spaventati sdrammatizzando la tragicità senza perdere il contatto con l’intensità della comunicazione per restituire ai ragazzi quel bisogno di sentirsi unici e padroni del mondo come è stato concesso alle nostre adolescenze.

“Non è bella questa età!”

Dott.ssa Milena Lazzari

psicologa-psicoterapeuta

L’USO DELLA TECNOLOGIA IN ADOLESCENZA

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ragazzi di oggi, i cosiddetti «nativi digitali», sono nati e cresciuti in un contesto tecnologico e oggi chi non usa la tecnologia è considerato un outsider della società.

I giovani vivono la tecnologia, e lo smartphone in particolare, come qualcosa di cui non riescono a fare a meno. Diverse ricerche condotte in Italia dai soci del Minotauro sull’utilizzo di Internet da parte degli adolescenti rilevano che chi usa la Rete ha di solito anche una vita di buon livello e amicizie reali, a meno che non emerga un reale disturbo patologico. Sono invece i “non utilizzatori” quelli che stanno peggio e hanno maggiori problemi di socializzazione.

Altro dato di fatto è che il cellulare o gli altri device li regalano mamma o papà. È una scelta educativa importante e una volta fatta non si può rinnegare. All’inizio il cellulare è spesso usato dalle mamme come cordone ombelicate virtuale e consente ai ragazzi di ottenere un’autonomia fittizia: “chiamami quando arrivi, scrivimi come è andata la verifica ecc…” Poi quando questo fitto meccanismo di comunicazione che consente di stare sempre in contatto viene spostato dalla famiglia al contesto di amici, e alla mamma non si risponde più con tanta assiduità, allora viene criticato. Eppure è normale che un adolescente sano cerchi affetto e vicinanza dai propri coetanei.

Bisogna inoltre considerare che, essendo quasi totalmente scomparsi i luoghi di aggregazione spontanea (es. giardini, piazze, oratori,ecc..), questa generazione ha trovato nella Rete un nuovo modo per stare insieme autonomamente senza la presenza degli adulti.

Non di rado si sente dire: “ci vediamo alla partitella”, che però non è quella al campo di calcio, ma è il videogioco in Rete. Nelle chat di classe c’è sempre qualcuno che fa le battute, qualcun altro che posta video, altri ancora che si fanno carico dell’angoscia e solitudine dei compagni. Quello che succedeva in piazza, ora succede online. Ma le paure e le fragilità sono le stesse delle generazioni passate, è cambiato solo il mezzo con cui comunicarle e per questo appaiono amplificate. A volte in rete avviene un vero e proprio allenamento alle competenze necessarie alle relazioni: i ragazzi si esercitano online postando magari l’ultimo taglio di capelli, o un vestito nuovo per studiare la reazione virtuale prima di mostrarsi nella vita reale. Non a caso è quasi sempre visibile l’evoluzione dell’utilizzo dei social: i profili dei preadolescenti sono molto attivi, sono quelli che più rincorrono i “like”. I più grandi invece quando la personalità è più strutturata, sentono sempre meno il bisogno della rassicurazione online. Infine lo schermo protegge e può aiutare i più timidi.

Il primo passo che noi adulti dovremmo quindi fare, quando ci approciamo agli adolescenti e all’utilizzo che fanno delle tecnologie, non è quello di soffermarci su “quanto usano” internet e i vari device ma sul “come” lo fanno. Dobbiamo arrivare a capire se vita reale e vita virtuale del ragazzo si intrecciano o meno. In sostanza, bisogna comprendere se l’utilizzo che l’adolescente sta facendo dello schermo sostiene i suoi “compiti evolutivi”, ossia se in qualche modo lo aiuta a costruirsi un’identità o, se invece, costituisce un rifugio dalla realtà.

Come sostiene Lancini “bisogna vedere se il ragazzo continua ad andare a scuola, se la sua cerchia di amici online è parallela a quella reale. Se rimane chiuso in casa senza frequentare nessuno probabilmente c’è un disagio. La radice del problema però non è quasi mai Internet in sé poiché i ritirati sociali più gravi non navigano nemmeno in Rete”.

Un altro aspetto importante è che trincerarsi dietro ai “non so”, “non conosco”, “non capisco” ha creato nei ragazzi l’idea che quando si tratta di tecnologia gli adulti non sono un punto di riferimento. Tutto questo è pericoloso perché crea una sorta di autonomia illusoria.

Rifiutare a priori ciò che non conosciamo o che non è della nostra generazione banalizzandolo a una perdita di tempo, uccide la comunicazione con gli adolescenti perché sentono che il loro mondo è attaccato, svalutato e la rottura talvolta è irrecuperabile. La parola d’ordine per mamma e papà è “incuriosirsi”, cercare di capire che cosa fanno i propri figli online, entrare nell’ordine di idee che youtuber (giovani iscritti al canale Youtube su cui caricano video personali) e videogiochi (per quelli più diffusi sul mercato come Minecraft o League of Legends servono tra l’altro ottime competenze) sono nuove modalità di comunicazione. Ignorarlo significa dare loro indipendenza e autonomia nel gestire una grossa fetta della loro vita senza l’aiuto di un adulto.

I genitori dovrebbero imparare a domandare ai figli “come va oggi la vita virtuale?” con la stessa naturalità con cui chiedono “come va a scuola?”, dando al mondo dietro agli schermi il medesimo peso che danno alla realtà. Attraverso il dialogo i genitori possono arrivare a capire se c’è un problema, anche se non si possono obbligare i figli a confidarsi. Il compito dei genitori è quello di rassicurare i figli sul fatto che sono presenti e possono accompagnarli ad un uso responsabile della tecnologia, ancora meglio se con l’aiuto e l’alleanza della scuola.