Categoria: Genitori

ACCETTARE LA SOFFERENZA DEI FIGLI: IL RUOLO DEL GENITORE NELLA CRESCITA EMOTIVA

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Come aiutare i figli senza evitare il dolore

Accettare la sofferenza dei figli

Stare nella sofferenza dei figli è una delle esperienze più difficili per un genitore. Non perché non li amiamo abbastanza, ma perché li amiamo troppo. Il nostro impulso naturale è proteggerli, togliere il dolore, anticipare la frustrazione.

Ma crescere significa anche imparare a tollerare ciò che fa male senza esserne travolti.

Quando tuo figlio soffre, si attiva un dolore a specchio: è reale, ma non è il tuo. Separare le tue emozioni dalle sue ti permette di restare presente senza fonderti con lui.
👉 “Questa emozione è sua: io posso contenerla, non devo eliminarla.”

Il gesto più potente non è togliere la sofferenza, ma non scappare da essa: stare.
Per farlo, però, è necessaria una presenza calma.


La sofferenza dei bambini e il ruolo del genitore

I bambini soffrono quando non capiscono cosa sentono. A volte si tende a minimizzare, come per ridurre l’impatto del dolore. Altre volte si cerca di razionalizzare.

La sofferenza dei figli non è un fallimento educativo: è un’occasione per aiutarli a:

  • tollerare la frustrazione
  • sviluppare resilienza
  • costruire competenze emotive

Se eliminiamo ogni disagio, togliamo loro la possibilità di sviluppare strumenti per affrontare le difficoltà che inevitabilmente incontreranno.

👉 Un bambino in crisi ha bisogno di un adulto che non entra in crisi con lui.


Stare accanto senza sostituirsi

I bambini non hanno bisogno di un genitore che non sbaglia mai. Hanno bisogno di un genitore che:

  • torna
  • ripara
  • resta

Stare nella sofferenza significa:

  • non sostituirsi a loro
  • non limitare il dolore
  • non accelerare le emozioni
  • non bloccarle
  • non farle proprie

👉 Significa “accompagnare, non salvare”.

Questo sostiene il loro processo di separazione e individuazione, aiutandoli a percepirsi come persone capaci di affrontare e superare le difficoltà, alimentando la fiducia in sé stessi.

Ma è necessario, prima di tutto, che noi genitori crediamo davvero che abbiano queste risorse.


Perché è così difficile accettare la sofferenza dei figli

Accettare la sofferenza dei figli è difficile perché tocca zone profonde, antiche e istintive.

Quando un figlio soffre:

  • lo viviamo come un pericolo
  • si attiva l’ansia
  • nasce l’impulso di intervenire subito

In questi momenti è importante riuscire a essere presenti ma fermi.

I figli toccano le nostre ferite più antiche. Quando li vediamo frustrati, soli, arrabbiati o delusi, possono riattivarsi le nostre esperienze infantili: la sensazione di non essere stati visti, ascoltati o compresi.

Così, non stiamo sentendo solo il loro dolore, ma anche il nostro.


Tra paura, colpa e senso di impotenza

Spesso confondiamo il “restare senza fare” con l’abbandono. Molti genitori temono che:

  • il figlio possa sentirsi non amato
  • la sofferenza sia troppo intensa
  • non intervenire significhi sbagliare

Altri vivono la sofferenza del figlio come un fallimento personale, un segno di incapacità. Questo genera:

  • vergogna
  • colpa
  • ansia

E rende ancora più difficile restare presenti.

👉 In realtà, stare accanto senza togliere il dolore è una forma alta di presenza, ma emotivamente controintuitiva.

Il sentimento di impotenza è una delle emozioni più difficili da tollerare:

  • non possiamo controllare cosa provano
  • né come reagiscono
  • né quanto durerà

Spesso l’impotenza è più dolorosa dell’esperienza stessa.


Imparare una presenza emotiva diversa

Molti di noi sono cresciuti con frasi come:

  • “non piangere”
  • “non è niente”
  • “passa”

Per questo non abbiamo interiorizzato un modello di presenza calma davanti al dolore.

Lo impariamo da adulti, mentre cerchiamo di esserci per i nostri figli.

Accettare la sofferenza dei figli è un lavoro profondo:
ci mette davanti alla nostra sofferenza e ci chiede di essere presenti senza poter controllare tutto.

👉 È un atto di amore maturo che richiede coraggio, non perfezione.


Quando può essere utile un supporto psicologico

Se senti difficoltà a sostenere emotivamente tuo figlio, può essere utile parlarne con un professionista.

Un percorso psicologico può aiutarti a:

  • comprendere le ragioni profonde delle tue reazioni
  • distinguere il tuo vissuto da quello di tuo figlio
  • sviluppare una presenza più stabile
  • affrontare il senso di ansia e impotenza

Consultazione Partecipata secondo il metodo di Dina Vallino

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A volte i genitori hanno delle teorie sul disturbo del figlio che non corrispondono realmente alla situazione che sta vivendo. Si creano dei fraintendimenti che spesso traggono origine dalle storie familiari dei genitori che vengono proiettate nel figlio, il quale si ritrova a diventare ricettacolo di vissuti non suoi.

Nella consultazione partecipata i genitori rivestono un ruolo chiave in quanto partecipano attivamente all’osservazione del bambino guidata dal terapeuta per poi riparlarne in una seduta separata. Hanno così l’occasione di vedere il bambino per quello che è.

Viene richiesto ai genitori e al bambino di giocare, disegnare insieme  e osservare quello che accade mentre gioca e disegna commentando ciò che fa. E’ necessaria una particolare iniziativa del terapeuta rivolta verso il bambino che renda possibile il loro giocare e osservare.

Si tratta per il terapeuta di far sentire al bambino che lui, che è giudicato in società “rotto” e che si sente “rotto” , è invece considerato dal terapeuta un bambino interessante  cui è rivolta tutta la sua attenzione e comprensione.

Il bambino che si sente capito e ascoltato  e interessante per il terapeuta lascia cadere la rimozione o altre difese e inizierà a disegnare o a giocare in modo più libero: rivelerà qualcosa di sé. Si risveglierà in lui la sua pulsione affettiva e di coseguenza anche nei genitori.. Così si riattiverà tra loro il legame affettivo andato in crisi e motivo dei sintomi.

Il bambino deve poter fare emergere la propria esperienza emotiva e non può farlo se questa non viene compresa dai genitori.

Punto centrale della consultazione è realizzare un contatto col bambino che renda visibile la sua esperienza emotiva per non rischiare che rimanga solo e venga travolto da pensieri ed emozioni irruenti e travolgenti.

Occore per questo prestare attenzione all’atmosfera emotiva che si crea nella stanza, sguardi, gesti movimenti, toni di voce, piccoli dettagli, sfumature che danno il senso di un caos a cui bisogna dare un nome rispondendo in modo delicato e creativo.

Il racconto e la storia inventata rappresentano uno strumento cardine che favorisce lo sviluppo di un “luogo immaginario” nel quale il bambino per sua natura è gia immerso, dove possono essere messi in scena ed elaborati i suoi vissuti.

Genitori: quanto è difficile dire NO!

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Un neonato che strilla, un bambino che pone richieste codirenontinue, un adolescente che trasgredisce sono le situazioni tipiche in cui madri e padri si sentono più in difficoltà, perché sanno di dover dire di no e contemporaneamente temono di farlo, convinti che un diniego possa avere conseguenze drammatiche sulla serenità dei loro figli. Eppure le frustrazioni fanno parte della vita, aiutano a riconoscere i confini tra l’io e il mondo, permettono di imparare a controllare gli impulsi, a dominare l’ansia che nasce dall’attesa, a sopportare le difficoltà.

La capacità di dire “no” dunque è un requisito indispensabile per favorire una crescita equilibrata e felice. Senza di essa si possono innescare al contrario dinamiche onnipotenti e autocentrate.

I figli captano con grande abilità le fragilità e le insicurezze dei genitori. Mi è capitato spesso di affrontare con i genitori il tema del “dormire” ad esempio. Bambini già grandi che dormono in mezzo ai genitori, o che, addirittura, ne hanno spodestato uno, prendendone il posto. Pensate alla confusione che si crea: il bambino non sa più se è figlio o compagno; si sente forte perché ha ottenuto ciò che voleva. Ma se lui è il più forte a chi chiederà aiuto nel momento del bisogno? E poi come può il bambino sentirsi sicuro e autonomo se pensa che nemmeno i genitori ritengono che lui possa farcela, visto che non insistono nel farlo dormire da solo. Più si molla, più si alimentano insicurezze che favoriscono ulteriori comportamenti di dipendenza, che sfiniscono i genitori determinando un circolo vizioso.

Certo che accompagnare un figlio alla conquista della propria indipendenza, riportandolo nella sua stanza, stando un po’ lì con lui, rassicurandolo del fatto che può farcela a stare da solo è faticoso. A volte serve anche ai genitori la presenza nel loro letto del figlio perché magari non si vuole affrontare la propria intimità con il coniuge, diventando il figlio strumento di comunicazione e mediazione tra i genitori.

E’ necessario che i genitori sviluppino autostima in modo tale che la possano trasmettere ai propri figli. L’autostima è la capacità di accettare le proprie competenze e i propri limiti, il gestire le regole in maniera flessibile, riconoscendo i propri diritti e gestendo le critiche in modo efficace. Alla base dell’autostima ci deve essere la convinzione di essere competenti e degni d’amore. Se si rinuncia a tutto per occuparsi dei figli e non si mantengono delle aree esclusive di piacere, si comincia con l’essere stressati e ci si arrabbia col bambino tanto amato, che succhia via le energie e costringe a tante rinunce.

Nel vedere adulti stanchi e frustrati diventa meno allettante agli occhi di un figlio l’idea di diventare grande.

Se l’adulto riesce a mantenere questa attenzione su di sé e a conservare delle aree private di piacere potrà affrontare i problemi con più energia, contenendo con più facilità le proprie emozioni.

Spesso problemi di enuresi manifestati dal bambino non sono altro che espressione di una difficoltà di contenimento delle proprie emozioni da parte dei genitori. Se non si sta bene tutto si complica e al bambino vengono a mancare i punti fermi.

Le regole non sono altro che questi punti fermi che arginano e contengono fornendo certezze. Senza di esse i livelli di angoscia e paura si innalzano con il rischio di esserne sommersi. La qualità del clima emotivo che si vive in famiglia è molto importante. Quando esso è irritabile la tendenza è quella di arrabbiarsi o di deprimersi e scoraggiarsi; se si è apprensivi si sviluppa incertezza e paura nei figli che hanno invece bisogno di sentire che i loro genitori sono forti. Se l’umore è euforico tutto sembra più piacevole.

Più i genitori riusciranno a non dimenticare di esistere, sia come coppia che individualmente, più impareranno a non trascurarsi e a riconoscere i loro bisogni, più saranno in grado di accogliere i bisogni dei loro figli, differenziandoli dai loro.