Categoria: Adolescenza

 VIVERE O MORIRE

Il tentativo di suicido in adolescenza

L’adolescente che cerca di uccidersi compie un’azione di crudeltà verso se stesso e verso le persone che sono in relazione con  lui.

Nel corso delle terapie con questi ragazzi viene  fuori rabbia e desiderio di vendetta e un dolore intollerabile causato da un intimo e profondo sentimento di inadeguatezza che li accompagna da sempre.

Se un giovane cerca di togliersi la vita non è mai il caso di sottovalutare, minimizzare o sdrammatizzare perché si vede che qualcosa di grave c’è se si prova il desiderio di morire. Quello che è davvero efficace e può rappresentare nel tempo un deterrente a cercare di procurarsi la morte è offrirgli una relazione di senso, una presenza sollecita e una condivisione anche di momenti di vuoto, di dolore e di sentimenti perché il suicidio avviene quando un ragazzo si convince che la  trama delle sue relazioni familiari, amicali e amorose è fasulla.

Occorre tenere legati i ragazzi dentro delle relazioni dove sentano di poter parlare della morte.

A volte i genitori sono emotivamente sordi perché non colgono la richiesta di aiuto e si attivano solo quando diventa un urlo disperato.

Capire significa accorgersi che il figlio è  cresciuto e sta diventato un soggetto sociale e sessuale,  membro di una coppia amorosa  ed esposto quindi al dolore.

A volte i genitori si rendono conto che dal canto loro hanno preteso troppo o troppo poco .

Il suicidio ha origini profonde nella mente dell’adolescente e nella rete delle relazioni affettive dalle quali sta cercando di trovare la via d’uscita , perché la sua fragilità ha radici lontane. La questione urgente alla base del tentato suicidio è il ritardo nel crescere e la fatica a separasi dall’area materna.

La convinzione di questi ragazzi  è che il futuro sia morto,  che non ci sono progetti e vocazioni da realizzare. Si sentono inadeguati a relazionarsi con i processi di crescita.

L’adolescente, relegato in un eterno presente buio, diventa incapace di sperare,  di progettare. Non è tanto disposto ad assumersi la responsabilità del suo futuro e di quello che diventerà.

Nella sua vita è in corso un lutto per un sé che non può mantenere le premesse di grandiosità che erano state fatte durante l’infanzia.

Da qui deriva il trauma della perdita della perfezione e il lutto per la morte di un futuro troppo bello per essere vero, di cui l’adolescente deve prendere consapevolezza accettando che la vita sia piena di limiti e imperfezioni ma vale comunque la pena di essere vissuta.

L’adulto deve ammettere che la vita è fatta di dolore e perdite.

Gli adolescenti spesso non lo sanno, anzi sono stati ingannati  proprio sull’esistenza del dolore e della perdita. Loro si distraggono, si divertono  assordandosi, usando sostanze anestetiche o euforizzanti per non avvertire il dolore ma in realtà il fatto è che anche i ragazzi possono soffrire  e quando ciò accade non sanno come fare a gestirlo visto che non l’hanno mai imparato , perché non sanno se passerà quel dolore così intenso e pensano che la vita sia solo sofferenza.

I ragazzi più fragili sperimentano sentimenti di vergogna e di mortificazione di una tale intensità che il dolore che ne deriva è cosi insopportabile da dare sfogo ad una rabbia vendicativa nei confronti dell’oggetto capace di suscitare una tale umiliazione e sofferenza. Ma quella rabbia finiscono per rivolgerla in primis contro se stessi.

Dover mostrare che nel futuro non ci sarà nessuna grandiosità o talento particolare ma prestazioni normali  suscita vergogna, basata sulla consapevolezza di essere incapace di attendere alle aspettative di grandezza.

Gli adolescenti sono alla disperata ricerca di un riconoscimento,  di uno sguardo  rispecchiante che non arriva mai, risultando invece implacabilmente severo. Il messaggio che arriva e che loro sono sbagliati ma è sbagliato anche il modo sacrificale, esagerato  con cui certe madri e certi padri svolgono il loro compito di crescita del figlio o di attese che il figlio realizzi qualcosa di davvero speciale nella propria vita.

Genitori che muovono una critica, un rimprovero aspro, l’indifferenza, la svalutazione, l’abbandono o una valutazione negativa. 

Il suicidio è quasi sempre un modo per riscattarsi dall’offesa della ferita narcisistica subita. Solo quando l’oggetto è disposto a ritirare le proprie aspettative si allenta la pressione   e si possono evitare le ritorsioni.

Di fondamentale importanza per superare il blocco evolutivo è sganciarsi dall’area iperprotettiva materna per realizzare, accompagnati dal padre , progetti  meno idealizzati e raggiungibili con la costanze  e l’impegno.

Al padre va il compito di legittimare la femminilità della figlia e la virilità del maschio aiutandoli a comunicare i sentimenti che hanno a che fare con il corpo, l’aggressività  e il desiderio.

L’unico antidoto all’attrazione che esercita la morte è costruire legami solidi e significativi che sappiano contenere il pensiero della morte stessa facendo sentire l’importanza dei vincoli che si creano, all’interno dei quali occorre parlare delle fatiche del vivere.

Milena Lazzari – Psicologa-psicoterapeuta

L’ADOLESCENTE E IL SUO CORPO

“Non è bella questa età!”

Con queste parole Sara, una ragazza di 15 anni grida al mondo il suo dolore per un passaggio difficile che non sa come affrontare. E’ appena entrata nel centro dove la attende la sua terapeuta. “Era più bello quando ero piccola perché c’era sempre qualcuno vicino, perché ora questo corpo non è più mio”.

Parole dette con la potenza del dolore, urlate in un posto in cui sente che possono essere accolte prima ancora di essere capite e interpretate. Per Sara, i cui primi anni di vita sono stati caratterizzati da un forte disagio, questa fase della vita e sicuramente più difficile di quanto lo sia per altri ragazzi. Nell’affrontare il tema dell’identità corporea  il passaggio dall’infanzia all’adolescenza avviene ormai senza riti di passaggio che ne sanciscano il significato. Il senso di onnipotenza che pervade la vita affettiva del bambino passa nel ragazzo che deve fare i conti con una delle trasformazioni più radicali dell’intera esistenza.

Questo colloca oggi l’adolescenza in una dimensione aspecifica che si estende in un arco di tempo dilatato .

Il ragazzo che chiede un intervento chirurgico per migliorare il proprio naso, la ragazza che vuole migliorare il proprio seno o che si mette a dieta ferrea, i ragazzi che attraverso la depilazione rincorrono un’immagine femminile, adornare il proprio corpo con  tatuaggi e  piercing insieme alla non accettazione di momenti fisiologici come quelli dell’acne sono comportamenti che possono essere interpretati come un rifiuto di abbandonare l’Eden dell’infanzia o anche come un tentativo di aderire agli standard proposti dagli adulti.

Molto è stato detto sulla ricerca della perfezione estetica e sull’eccesso di richieste di standard sempre più elevati di bellezza e successo. Il corpo  è per l’adolescente il luogo sul quale si giocano le principali trasgressioni rispetto al mondo degli adulti che costituiscono un canale di comunicazione con l’esterno. Aderire alla moda dei pari vuol dire indossare una prima identità che lo definisce libero dagli standard della famiglia. Le continue trasformazioni del corpo richiedono una buona dose di adattabilità perché il ragazzo trovi di volta in volta le forme che esprimono il suo peculiare modo di essere al mondo.

Il corpo, che può essere modificato ma non trasformato, può esprimere vigore ma anche essere sede di fastidi, malesseri e malattie accettando le graduali limitazioni al proprio prorompente narcisismo. Ma se il bambino di ieri non è stato abituato a fare i conti con alcun tipo di dolore  e se gli adulti sono capaci di cambiare i propri connotati fisici perché gli adolescenti non dovrebbero fare lo stesso?

Ci sono situazioni in cui il bambino sperimenta l’impossibilità di far fronte a un minimo disagio del corpo  che si caratterizza come un involucro inviolabile cui non bisogna far patire il minimo danno. Manca cioè quel contenimento che consente gradualmente di fare i conti con la tolleranza e con la capacità di attribuire senso. Ci troviamo di fronte ad un corpo che non viene più definito dal limite ma dalla sua possibilità di superarlo anche attraverso l’accettazione di un dolore (fisico) ricercato come esperienza  come ci raccontano certe forme di piercing o il cutting. Ci confrontiamo con un corpo che fatica ad essere mentalizzato perché non c’è tempo di aspettare che il dolore passi e non c’è modo di apprezzare l’originalità della differenza. Il corpo dei nostri adolescenti è diventata la sede di tutti i disagi che costellano la trasformazione e l’espressione di tutti i sentimenti che la pervadono. Come se la frustrazione, la rabbia e la delusione che non sono più contenute a livello mentale e non trovano posto nemmeno nell’adulto, trovassero una via d’uscita in azioni perpetuate sul proprio corpo. Un corpo sul quale vengono a iscriversi ribellioni, proteste sorde, rivalse.

Il cutting è un tentativo di vivere sul proprio corpo un dolore altrimenti indicibile. E’ la possibilità di infliggere un danno  al corpo immacolato dell’infanzia. “Quelle ferite mi ricordano momenti terribili che altrimenti non avrebbero avuto luogo”. Questo mi disse una ragazza che non si era mai permessa di sentire un dolore che aveva vissuto attraverso il corpo. Restava sul corpo una traccia che le dava un senso di continuità, tagli che sembrano aprire una comunicazione tra il mondo esterno e il mondo interno. “Quel sangue mi fa sentire una calma interiore e non mi sento più vuota.

Un sentimento diffuso nei giovani è quello della  vergogna determinato dal non sentirsi all’altezza del mandato genitoriale ovvero “sii te stesso a modo mio”. Parliamo di standard prestazionali d’eccellenza da parte di genitori che non mortificano il talento ma lo esaltano in figli con esistenze sempre più iperattive che si angosciano quando cominciano ad arrancare.

Avere un corpo forte e meglio definito con diete ed esercizio fisico significa plasmare nel corpo la propria identità con un tendere ossessivamente alla perfezione. L’Impossibilità a sostare nel dolore sposta l’attenzione sul corpo, unico oggetto investito. Una virilità e una femminilità dunque fatte di solo corpo. Nel corpo viene messo in atto un conflitto tra controllo e abbandono pulsionale.

I genitori non si possono deludere; non c’è spazio per la rabbia, per la tristezza o per il dolore dell’esistere. Ci troviamo di fronte a un modello materno potente e dominante e ad un modello paterno fragile  e non riconosciuto.

E’ questo il tempo del vuoto identitario. “Ti dico io cosa provi e chi sei” in un ottica di evitamento del dolore e di non separatezza favorite dai genitori che iper-investono nella prestazione del figlio: il fare si sostituisce all’essere e al sentire.

Il corpo è un oggetto esibito e competitivo. Se l’ideale è irraggiungibile il corpo viene attaccato e la vergogna per la propria inadeguatezza spinge il giovane a ritrarsi da qualsiasi vero incontro con l’altro che finisce per essere solo una stampella narcisistica del  proprio sé.

I corpi diafani che si aggirano come fantasmi, i corpi feriti che portano in giro la memoria di un dolore, i corpi inadeguati o superpotenti sono alla ricerca di un significato da dare al proprio cambiamento. E’ necessario non esserne spaventati sdrammatizzando la tragicità senza perdere il contatto con l’intensità della comunicazione per restituire ai ragazzi quel bisogno di sentirsi unici e padroni del mondo come è stato concesso alle nostre adolescenze.

“Non è bella questa età!”

Dott.ssa Milena Lazzari

psicologa-psicoterapeuta

Consultazione e psicoterapia con l’adolescente

L’adolescente avverte in pieno la tensione trasformativa in atto nella sua personalità, e di conseguenza percepisce e soffre dentro di sé la compresenza conflittuale di due componenti antitetiche mescolate: tante nuove scoperte ed esigenze adulte, confusivamente frammiste ai residui delle istanze e dei bisogni infantili.

Comprendere appieno questa realtà particolare è premessa indispensabile non solo per lo studio psicodinamico dell’adolescenza, ma anche e soprattutto per la scelta di una strategia psicoterapeutica che permetta di entrare in contatto con l’adolescente in crisi, superandone le forti resistenze difensive.

Cerchiamo dunque per prima cosa di vedere il mondo con gli occhi dell’adolescente, per poi avvicinarci meglio alla descrizione della sua realtà psicodinamica; nella quale occorre poi distinguere, per quanto è possibile, gli aspetti che potremmo considerare fisiologici della crisi adolescenziale, intesa come necessario passaggio maturativo, da quelli più francamente patologici che possiamo rilevare nell’adolescente con problemi, per il quale si pone la necessità di un adeguato aiuto psicoterapeutico.

Dal punto di vista dell’adolescente gli adulti appaiono come i gestori di una struttura di potere e di controllo, gli appartenenti ad una classe privilegiata e tirannica che opprime il mondo intero.

L’adolescente non riesce a dare il giusto valore alla conoscenza ed alle capacità degli adulti; egli ha piuttosto la sensazione che essi siano tutti ipocriti e frodatori, in possesso di qualcosa che non hanno il diritto di possedere, come un’organizzazione aristocratica che tenta di conservare il proprio potere assoluto e prevaricatore.

Per converso i bambini vengono considerati dall’adolescente come prigionieri o servi dei loro stessi genitori, schiavi soprattutto ancora delI’illusione che i loro genitori-padroni conoscano tutto e possano fare tutto, mentre egli si sta sempre più rendendo conto di aver creduto troppo a lungo in falsi Dei, ora delusivamente scoperti impotenti e bugiardi.

La posizione dell’adolescente è quindi piena di disprezzo sia nei confronti degli adulti che dei bambini, cosa che rappresenta anche uno dei principali problemi tecnici per la clinica.

L’adolescente in crisi tende infatti a rifiutare l’aiuto psicoterapeutico per due opposti motivi: sia perché teme una manipolazione da parte di un adulto che, pretendendo di curarlo, potrebbe cercare di imporgli modelli di pensiero e di comportamento inaccettabili e non essere capace di accettare senza reagire le sue rigide critiche al mondo degli adulti; sia perché si rende consciamente o inconsciamente conto che il lavoro psicoterapeutico potrebbe comportare la rivisitazione dolorosa dei propri conflitti infantili, negati o proiettati, e comunque rimossi perché considerati cose da bambini.

L’adolescenza è una fase della vita in cui i dubbi su se stesso, gli interrogativi sulla propria identità, l’insoddisfazione verso il proprio corpo, le tensioni con  i genitori possono costituire dei momenti di transizione difficili.

In alcuni casi  questi aspetti assumono un peso eccessivo, provocando stati di sofferenza che si protraggono o che si estendono fino ad invadere la vita del ragazzo. E’ questo un periodo in cui si costruisce la propria personalità trovandosi ad un bivio tra la possibilità di sviluppare una struttura personale solida e il riuschio di amplificarsi di certe fragilità  e questa una fase in cui si prendono le distanze dai genitori secondo un processo di separazione e individuazione del proprio sé. L’adolescente ha bisogno che gli sia riconosciuta una sua indipendenza, deve prendere le distanze dai genitori per potersi differenziare da loro. L’ambivalenza dunque nel chiedere aiuto ad uno psicologo per superare le proprie crisi evolutive è particolarmente comprensibile in questa fase.

Le tematiche su cui più frequetemente si lavora riguardano:

  • crisi rispetto alla propria identità ( chi sono? cosa provo? non mi riconosco)
  • crisi rispetto al proprio progetto di vita ( cosa voglio? stati di isolamento , traumi come incidenti, traumi sessuali, maltrattamenti, lutti )
  • disagio nelle relazioni con i coetanei (timidezza, rabbia,  difficolta a farsi degli amici)
  • sofferenze in campo amoroso (essere stati lasciati,  nessuno mi vuole, paura del sesso)
  • disagio rispetto al proprio corpo che cambia  o che non corrisponde al corpo ideale
  • dubbi sulla propria identità sessuale (mi paicciono i ragazzi o le ragazze? ho paura di essere gay o di essere lesbica) 
  • tensioni con i genitori ( non mi capsicono, mi trattano come un bambino, non sanno quello di cui ho bisogno, non mi lasciano i miei spazi, non mi lasciano crescere)
  • problemi a scuola  (non mi piace quello che faccio, non mi concentro, sembro stupido)
  • angosce e paure  (terrore di stare da solo, mi blocco, ho il terrore dei giudizi)
  • ossessioni ( non riesco a non pensare a certe cose, accendo e spengo la luce continuamente )
  • pensieri e gesti autodistruttivi (pensieri suicidari, atti autolesionistici, tentati suicidi, anoressia, comportamenti spericolati, abuso di alcol e droghe)
  • somatizzazioni (stati di malessere fisico, mal di testa, mal di pancia, dermatiti)
  • rabbia

Tenterò ora di inquadrare gli aspetti che potremmo considerare fisiologici della crisi adolescenziale facendo riferimento al lavoro di Donald Meltzer. Come gli altri autori di formazione psicoanalitica, Meltzer descrive la situazione psicodinamica dell’adolescenza considerandola come un periodo di crisi dello spazio mentale e della sua integrazione, caratterizzato a suo avviso dalla presenza di un particolare tipo di splitting: da un lato l’invidia per il potere, l’egocentrismo, I’ambizione sfrenata; dall’altro la sensibilità per i deboli, I’idealizzazione dell’altruismo, I’emotività.

Nel tentativo di trovare ed esprimere un proprio nuovo modo di essere l’adolescente oscilla continuamente tra queste due posizioni, vivendo, inoltre, uno stato di grande confusione tra ciò che può portarlo avanti o indietro rispetto a quella che percepisce chiaramente come una scomoda e faticosa situazione intermedia tra infanzia ed età adulta: nel desiderio di staccarsi dalla dimensione infantile, considerata debole e dipendente, I’adolescente teme fortemente la sua stessa grande sensibilità, perchè ha paura che mostrarsi troppo sensibile lo possa far di nuovo scivolare indietro verso l’infanzia e la dipendenza dagli adulti; contemporaneamente, nel desiderio di progredire verso la dimensione adulta, considerata cinica ed assolutista, tende a pensare che l’unico modo di rendersi indipendente sia quello di andare avanti senza pietà sulla strada di un grandioso successo, ed allora scopre la paura di essere costretto a rinunciare completamente alla propria emotività.

In sostanza, secondo Meltzer, I’adolescente si trova a dover gestire una situazione paradossale, in cui tende a considerare ciò che può portarlo realmente avanti verso la maturità psicologica – ovvero la sensibilità e l’interessamento per gli altri, per l’arte e la letteratura, il sognare un mondo migliore ed il desiderio di contribuire alla sua realizzazione, la consapevolezza della propria relativa debolezza ed impotenza e quindi il desiderio di collaborare con gli altri per costruire insieme quello che non si può fare da soli – tende a considerare tutto questo, dicevo, come qualcosa che può farlo precipitare invece indietro.

Si manifesta allora così pienamente uno dei conflitti principali della crisi adolescenziale, che caratterizza una situazione di sofferenza mentale dell’adolescente stesso che potremmo considerare fisiologica. La difficoltà a tollerare ed a risolvere questo conflitto può tuttavia portare l’adolescente ad entrare in un percorso di crisi personale e di sofferenza più grave, tale da porre il problema tecnico della necessità di un aiuto psicoterapeutico.

La richiesta di aiuto in adolescenza non viene quasi mai dall’adolescente stesso, ma ben più spesso ci troviamo di fronte all’invio da parte dei genitori, della scuola, dei tribunali, ecc.; ma esiste anche un notevole numero di adolescenti con problemi per i quali non matura affatto, né come richiesta personale, né per un intervento istituzionale, una domanda di aiuto nel periodo adolescenziale, anche se teoricamente, dal mio punto di vista, un intervento psicoterapeutico potrebbe essere invece tecnicamente necessario, in particolare un intervento che comprenda tutta la famiglia.

Si possono distinguere quattro categorie di ragazzi:

I) I’adolescente che tende a rimanere nella famiglia;
2) l’adolescente che tenta di entrare il più velocemente possibile nel mondo adulto;
3) I’adolescente isolato, che per lo più non sente di essere in difficoltà, ma di cui tutti si preoccupano;
4) I’adolescente che ha problemi nel gruppo dei coetanei.

E’ evidente che la richiesta di intervento riguarda quasi esclusivamente il terzo ed il quarto tipo di ragazzo, per i motivi che dirò tra breve, mentre quasi mai vedremo chiedere aiuto, perlomeno in adolescenza, gli individui delle prime due categorie, che, anche se in modo opposto, trovano per lungo tempo il modo di negare la propria sofferenza mentale.

1) L’adolescente che tende a rimanere in famiglia viene infatti molto spesso favorito in questa sua scelta difensiva dalla famiglia stessa, il che comporta una fissazione al periodo di latenza; il perdurare di una visione del mondo ovattata ed irreale porta questi individui a condurre una vita protetta, riducendo al minimo le esperienze stressanti; essi vanno però frequentemente incontro in età successiva ad un grave crollo psicologico, perlopiù in occasione della nascita di un figlio o della morte dei genitori, crollo che rende spesso necessaria una richiesta di aiuto.

2) Al secondo tipo appartengono gli adolescenti che hanno deciso di andare avanti senza pietà, raggiungendo il più presto possibile il successo e l’indipendenza; questi individui utilizzano fortemente le difese maniacali per liberarsi dall’ansia e da ogni sofferenza, trovando un potente rinforzo narcisistico nel rendere gli altri invidiosi.

Veniamo ora alle due categorie per le quali si pone più di frequente il problema di un adeguato intervento psicoterapeutico più di frequente già in adolescenza.

3) Gli adolescenti isolati sono gli individui in cui si manifesta la situazione psicopatologica più grave, che ha quasi sempre origine da un crollo catastrofale di una troppa intensa idealizzazione dei genitori; l’adolescente si ritira in se stesso, irrigidendosi in un’organizzazione narcisistica autocritica, vivendosi come l’unico garante della propria assoluta autonomia; questi ragazzi possono tendere ad isolarsi restando in famiglia, vivendo una megalomania che potremmo definire <<tranquilla>>, sentendo che hanno una missione da compiere per se stessi e quindi non possono venire a patti con il mondo; oppure possono tendere a vivere ai margini di ogni spazio istituzionale regolamentato, convinti di bastare a se stessi, sviluppando spesso comportamenti devianti o francamente psicopatici; nel primo caso è spesso la famiglia a richiedere l’aiuto psicoterapeutico, mentre nel secondo è più spesso uno dei livelli istituzionali sociali (scuola, tribunale, ecc.).

4) Al quarto tipo appartengono i ragazzi che, pur essendo usciti dal periodo di latenza ed essendo entrati a far parte di gruppi di coetanei, vivono con difficoltà gli intensi processi di identificazione su cui si basa la coesione e l’organizzazione di questi gruppi, fino a manifestare la presenza di problemi nella maturazione psicosessuale della loro personalità; vediamo di capire a che livello si creano questi problemi.

Come sappiamo l’adolescente tende normalmente ad entrare dapprima in un gruppo di pari, cioè “amici” dello stesso sesso, fortemente regolato, dove vive essenzialmente dinamiche di confronto e di potere; poi il prelevare delle spinte puberali porta a successivi distacchi, man mano che si formano le prime coppie con ragazzi o ragazze dell’altro sesso, fino alla dissoluzione dei gruppi omosessuali ed alla costituzione di nuovi gruppi eterosessuali, perlopiù formati da coppie; successivamente anche questi gruppi tendono a dissolversi, man mano che ogni ragazzo o ragazza sceglie la sua strada nella vita e quindi nuove dimensioni di appartenenza più adulte.

Da un punto di vista bioniano potremmo dire che il primo tipo di gruppo presenta un assetto dinamico in cui prevale la posizione schizoparanoide e l’assunto di base di attacco-fuga, mentre nel secondo tipo di gruppo cominciano a prevalere la posizione depressiva e l’assunto di base di accoppiamento; da ciò derivano i diversi quadri psicopatologici che possono giungere alla nostra osservazione.

La maggior parte degli adolescenti per cui si pone il problema di un aiuto psicoterapeutico proviene dal gruppo omosessuale, di cui soffre fortemente le dinamiche competitive e le rigide regole di inclusione-esclusione; in secondo luogo ci troviamo di fronte a ragazzi che non riescono a compiere i passaggi evolutivi da un gruppo all’altro e poi verso la vita adulta; in tutti ritroviamo in primo piano problematiche riguardanti l’immagine di sé e conflitti che derivano dalla difficoltà di gestire la confusione e la conoscenza, nonché naturalmente la difficoltà nel tollerare la sofferenza mentale. Anche nel caso di questa categoria di adolescenti con problemi prevale la richiesta di aiuto da parte delle famiglie o di altri livelli istituzionali; tuttavia oggi non è più così raro che in questo caso la domanda di aiuto provenga anche direttamente dai ragazzi in crisi.

Da quanto abbiamo visto risulta che il problema di dare una adeguata risposta alla richiesta di aiuto psicoterapeutico in adolescenza dipende fortemente dal tipo di ragazzo e di famiglia. Sottolineo la famiglia, perché l’orientamento moderno tende ad affrontare parallelamente, quando non congiuntamente, i problemi del ragazzo e quelli della sua famiglia. 

La psicoterapia dell’adolescente richiede un atteggiamento sufficientemente attivo del terapeuta. Si tende quindi ad escludere l’analisi classica, che può essere casomai consigliata successivamente, in età adulta; si privilegia invece lo strumento della psicoterapia psicoanalitica, sia individuale che di gruppo. In ogni caso il lavoro viene centrato sul tentativo di rimettere in moto il funzionamento mentale e la circolazione degli affetti, cercando di superare la negazione e soprattutto alleviando la necessità di ricorrere alla scissione come meccanismo di difesa.

E’ sempre necessario intervenire sulla famiglia, la cui domanda di cura per l’adolescente va a mio avviso adeguatamente interpretata ed allargata. L’intervento sui genitori si rende poi assolutamente necessario nei casi in cui l’adolescente presenti problemi di anoressia-bulimia o un atteggiamento deviante di tipo psicotico o psicopatico, ed inoltre nei casi in cui sia presente un comportamento violento dei genitori stessi.

Nella terapia analitica dell’adolescente comunque non è tanto importante analizzare il transfert (e qui rimando alla vasta bibliografia in merito alla tecnica), quanto accogliere ed accompagnare il ragazzo o la ragazza nel difficile percorso trasformativo della sua mente e del suo corpo, facilitando la mobilità del pensiero e fluidificando la tendenza alla rigidità rappresentazionale.

Un ultimo punto sul quale vorrei soffermarmi è relativo alla necessità di saper utilizzare appieno con l’adolescente la relazione empatica ed i livelli preconsci del pensiero, evitando ogni tendenza a fornire più o meno dotte interpretazioni o spiegazioni, anche quando sembrano provocatoriamente richieste. L’adolescente ha bisogno di essere aiutato soprattutto ad accettare la presenza del dubbio e dell’ambivalenza nel pensiero, ma difficilmente si può ottenere questo se non immergendosi completamente insieme a lui nelle aree più confuse della sua mente, tollerando insieme a lui la sofferenza profonda che caratterizza la sua situazione psicodinamica transizionale ed affiancandolo nella sua ricerca di una personale via di uscita.

Adolescenza “a rischio”

L’adolescenza è una fase del ciclo di vita in cui il cambiamento è particolarmente ampio e profondo. Alla trasformazione fisica e psicologica della pubertà si asAdolescenzasocia infatti l’acquisizione di una nuova identità sociale. L’adolescente affronta nuove esperienze, allargando il raggio delle proprie azioni. I diversi comportamenti nelle relazioni affettive familiari, nel rapporto con il proprio corpo e con il gruppo dei compagni, così come nell’avvio di relazioni sentimentali e sessuali, definiscono progressivamente un personale stile di vita che tenderà ad essere relativamente stabile nella vita adulta.

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