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Consultazione Partecipata secondo il metodo di Dina Vallino

A volte i genitori hanno delle teorie sul disturbo del figlio che non corrispondono realmente alla situazione che sta vivendo. Si creano dei fraintendimenti che spesso traggono origine dalle storie familiari dei genitori che vengono proiettate nel figlio, il quale si ritrova a diventare ricettacolo di vissuti non suoi.

Nella consultazione partecipata i genitori rivestono un ruolo chiave in quanto partecipano attivamente all’osservazione del bambino guidata dal terapeuta per poi riparlarne in una seduta separata. Hanno così l’occasione di vedere il bambino per quello che è.

Viene richiesto ai genitori e al bambino di giocare, disegnare insieme  e osservare quello che accade mentre gioca e disegna commentando ciò che fa. E’ necessaria una particolare iniziativa del terapeuta rivolta verso il bambino che renda possibile il loro giocare e osservare.

Si tratta per il terapeuta di far sentire al bambino che lui, che è giudicato in società “rotto” e che si sente “rotto” , è invece considerato dal terapeuta un bambino interessante  cui è rivolta tutta la sua attenzione e comprensione.

Il bambino che si sente capito e ascoltato  e interessante per il terapeuta lascia cadere la rimozione o altre difese e inizierà a disegnare o a giocare in modo più libero: rivelerà qualcosa di sé. Si risveglierà in lui la sua pulsione affettiva e di coseguenza anche nei genitori.. Così si riattiverà tra loro il legame affettivo andato in crisi e motivo dei sintomi.

Il bambino deve poter fare emergere la propria esperienza emotiva e non può farlo se questa non viene compresa dai genitori.

Punto centrale della consultazione è realizzare un contatto col bambino che renda visibile la sua esperienza emotiva per non rischiare che rimanga solo e venga travolto da pensieri ed emozioni irruenti e travolgenti.

Occore per questo prestare attenzione all’atmosfera emotiva che si crea nella stanza, sguardi, gesti movimenti, toni di voce, piccoli dettagli, sfumature che danno il senso di un caos a cui bisogna dare un nome rispondendo in modo delicato e creativo.

Il racconto e la storia inventata rappresentano uno strumento cardine che favorisce lo sviluppo di un “luogo immaginario” nel quale il bambino per sua natura è gia immerso, dove possono essere messi in scena ed elaborati i suoi vissuti.

Consultazione e psicoterapia con i bambini e sostegno alla coppia genitoriale

Nel caso di bambini da zero a due anni occorre lavorare sulla reazione tra il bambino e i suoi genitori ed in particolare con la madre. Il piccolo può comunicare il suo malessere attraverso canali non verbali come il pianto, lo sguardo e alcune azioni motorie. I genitori cercano di immedesimarsi con lui per interpretare i suoi bisogni ma nel farlo possono creare alcune inconsapevoli distorsioni o fraintendimenti. Si fa inevitabilmente i conti con l’immagine dei propri genitori  come si è andata costruendo dentro di sé e in più occorre fare i conti con lo scarto tra il bambino immaginato e quello reale. Madre e piccolo possono trovare una buona sintonizzazione  cioè una certa intesa corporea ed emotiva oppure una depressione materna post partum,  un senso di estraneità verso il proprio figlio, una difficoltà a tollerare la dipendenza del proprio piccolo da sé questo possono determinare alcuni disturbi legati all’alimentazione, disturbi del sonno, pianti inarrestabili.

Alla lunga questo provoca nei genitori un senso di frustrazione, di sofferenza per la condizione del bambino di insicurezza di rabbia verso il piccolo. Gli interventi su bambini cosi piccoli sono il più delle volte risolutivi proprio grazie all’estrema capacità trasformativa che il neonato ha.

Negli anni successivi della crescita si può capire che qualcosa non va se le tappe evolutive presentano dei rallentamenti o dei blocchi. Il coinvolgimento dei genitori è sempre necessario nel trattamento.

Ci possono essere aspetti di disagio naturali e fisiologici durante la crescita per distinguere quello che è normale da quello che non lo è occorre osservare e sintonizzarsi con la sofferenza o le difficoltà che il bambino sta attraversando in quel momento specifico del suo percorso evolutivo affinché il disagio non si cristallizzi.

Problematiche

  • Situazioni di  blocco emotivo
  • disturni alimentari
  • difficoltà nella defecazione o minzione
  • disturbi del sonno
  • aggressività
  • problemi di attenzione concentrazione
  • disturbo del linguaggio
  • problemi di apprendimento
  • isolamento
  • timidezza spiccata
  • gelosia verso un fratellino o sorellina
  • separazione della coppia genitoriale
  • malattia o morte di un genitore

Il bambino si esprime non solo attraverso la parola ma anche tramite il gioco e il disegno, il racconto dove il bambino può esprimere liberamente le proprie angosce, i propri conflitti, il proprio modo di vedere il mondo, se stesso , i suoi familiari e i coetanei.

Le paure e le angosce con cui i bambini devono confrontarsi sono parte del suo percorso di crescita. La più grande delle paure è quella di ritrovarsi da solo in un luogo sconosciuto e abbandonato ed è legata alla paura della perdita dei genitori. La fiaba è basata sul fatto che il protagonista deve affrontare pericoli e sconfiggere chi lo minaccia essendo solo con l’aiuto di qualcuno. Come genitori a volte abbiamo paura di parlare ai nostri figli dei lati tristi e dolorosi dell’esistenza. Pensiamo che non siano abbastanza grandi e che non possano capire. I bambini in realtà capiscono molto più di quello che immaginiamo. Occorre chiaramente trovare un linguaggio adeguato all’età  che hanno, alle loro specifiche caratteristiche e alla loro fase di vita.

Le fiabe possono essere un mdo attraverso il quale affrontare certe tematiche, paure e passaggi evolutivi. La fiaba per esempio affronta spesso il tema della perdita e della morte. I bambini, anche se hanno paura, vedono e rivedono contuamente alcune favole perche hanno bisogno di elaborare, di capire quello che sta succedendo nella loro vita. Hanno bisogno di fantasticare, immaginare  e in questo modo tarsformano le paure e trovano delle soluzioni che gli permettono di andare avanti con la loro vita. Un altro tema importante è quello dell’ambivalenza dei sentimenti.

Ci illudiamo che i nostri figli provino solo amore nei nostri confronti. In realtà hanno sentimenti ambivalenti verso di noi di amore e odio;  per questo la matrigna cattiva e l’orco malvagio rappresnetano quelle parti cattive che riconoscono essere presenti dentro i loro genitori. Questo gli da modo di capire che non sono i soli a provare questo genere di sentimenti. Se un bambino pensa di essere il solo a provare sentimenti negativi finirà in fatti per sentirsi un mostro orribile. Se i genitori sono spaventati dalle manifestazioni di aggressività di un figlio questo le deve trattenere dentro di se temendo di sentirsi un mostro se le prova e le esprime. Le fiabe sono uno spaccato delle paure dei bambini. Se un adulto fatica ad immedesimarsi con le angosce del piccolo questo accade perche a sua volta si è tenuto alla larga dalle sue parti infantili o nemmeno lui le ha mai potute esprimere. Leggere una fiaba per l’adulto diventa il modo per riavvicniarsi a quegli aspetti infantili dimenticati e a creare un terreno condiviso con il piccolo. Attraverso le soluzioni che il protagonista trova  rispetto alle difficoltà e agli ostacoli che incontra anche il bambino comincerà ad immaginare che anche le situazioni più avverse possono essere in qualche modo fronteggiate e sul piano emotivo potrà sentirsi spinto a trovare una personale soluzione alle sue paure. Leggere una fiaba ha un profondo valore  è un momento di intimità e condivisone . Il bambino ha così modo di esprimere i suoi timori. Le fiabe inoltre utilizzano un linguaggio che evoca immagini o ne facilita la creazione così che ogni volta che il bambino la ascolta costruisce un ulteriore pezzetto di elaborazione personale della propria storia.

Consultazione e psicoterapia con le coppie

Quando una coppia funziona favorisce lo sviluppo emotivo e la crescita personale di entrambi i partner. Quando questo benefico effetto viene perso la coppia agisce comportamenti che generano sofferenza reciproca  dove ognuno rischia di concentrarsi solo sulle colpe dell’altro attraverso litigi e discussioni che sovente ripetono lo stesso copione con la sensazione di un’incomprensione reciproca senza fine.

Nell’intervento sulla coppia si cerca di permettere una presa di consapevolezza delle dinamiche di coppia, delle modalità comunicative e delle aspettative inconsce depositate sull’altro.

La terapia mira a ristabilire, recuperare o generare risorse che permettono al legame di divenire fonte di benessere per i partner anziché causa di sofferenza.

L’obiettivo non è necessariamente però quello di tenere unita la coppia a tutti i costi.

In alcuni casi si può anche arrivare a decidere di separarsi.

Le problematiche di coppia possono riguardare il passaggio dall’innamoramento all’amore dove all’idillio iniziale si sovrappone la delusione, a volte troppo elevata, rispetto alle caratteristiche del partner che non piacciono e che sovente sono anche tratti di uno o di entrambi i propri genitori ricercati inconsciamente nel partner e vissuti con ambivalenza.

Il legame di coppia può limitare molto l’indipendenza con il senso di soffocamento che ne può derivare.

L’arrivo di un figlio genera un cambiamento irreversibile nella coppia.

L’equilibrio della coppia viene scosso e uno nuovo se ne deve creare che si dovrà continuamente modificare a seconda della fase specifica di crescita del figlio dall’infanzia all’adolescenza, fase delicata del processo di crescita che rompe gli equilibri familiari e di coppia.

Quando i figli se ne vanno poi la coppia, che per anni ha investito prevalentemente sul ruolo genitoriale, deve ritrovare la propria identità di coppia sentimentale.

A questo si aggiungono le problematiche sessuali che possono assumere significati, forme e conseguenze diverse da coppia a coppia; l’infertilità con i problemi legati al senso di inadeguatezza della coppia, alla rottura dell’intimità, all’invasività dei partner.

Il matrimonio – o in una relazione affettiva duratura e significativa – è una sorta di “relazione terapeutica naturale” da intendersi come il campo di manifestazione delle prime relazioni oggettuali irrisolte. Il coniuge agisce da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono “affidati” aspetti del Sé.

Nelle relazioni di coppia ogni membro può cercare di imporre, consciamente e inconsciamente, una relazione di ruolo intrapsichica al partner in cui assegna un ruolo a se stesso e uno complementare all’altro.

Nel corso di una relazione significativa é possibile infatti osservare in ognuno dei due partner la formazione di un aspetto del sé complementare all’oggetto, ossia quell’aspetto della rappresentazione del sé che si adatta con la rappresentazione dell’oggetto.

In questa prospettiva é stato messo in evidenza non solo il tema dell’uso dell’altro come una dimensione fondamentale all’interno dei rapporti umani ma anche il tema dell’uso della reciprocità nella relazione come “incastro di due mondi interni”.
In questo senso il matrimonio – o comunque un legame affettivo significativo e abbastanza duraturo – potrebbe essere interpretato come il tentativo di risolvere,  in senso propulsivo, oppure regressivo, le tematiche interne individuali.

Si potrebbe forse aggiungere in questa direzione che probabilmente la relazione della coppia adulta “si presta”  a innescare fantasie e attese legate a un “affido reciproco” di aspetti del proprio mondo interno.

Questo “affido” non é da vedersi necessariamente come negativo o patologico. L’altro può essere usato cioè in modo “propulsivo” per conoscersi, crescere, ma può anche essere usato in modo “delirante”. Così come si potrebbe aggiungere può esservi una “compiacenza”, una “disponibilità” dell’altro, nel co-creare una relazione distorta, collusiva.
Queste considerazioni relativamente al fatto che lo stato interno di un soggetto sia regolato tramite il rapporto con l’altro, rendono plausibile ipotizzare che quando una coppia si forma vi é un ingaggio vicendevole e dobbiamo chiederci se esso é all’insegna di un compito evolutivo legato ai processi di individuazione/separazione e di monitoraggio affettivo reciproco o se é “la messa in atto” di una relazione interna che può desiderare di essere tranquillizzata tramite modalità regressive o può, paradossalmente, ricercare una frustrazione.

Possiamo cioè interrogarci sull’uso che viene fatto della relazione se essa é nella direzione di una possibilità di riparazione e di una relazione interna disadattiva o se essa tende a riproporre una relazione, per quanto dolorosa possa essere, al fine di assicurarsi una “prevedibilità” che mantenga la coesione del sé.
Può cioè essere messo in atto un “copione” che si impone sulla capacità di assicurare un senso di sicurezza e comprensione reciproca, o addirittura si innesca una combinazione che determina un circolo vizioso in cui a qualcuno deve essere assegnato il senso di fallimento, di incapacità.

In sintesi, se il processo di “rivisitazione” della propria esperienza interna fallisce nella direzione di non potere mitigare gli aspetti disadattivi delle relazioni interne, potremmo trovarci di fronte a una situazione da leggersi in senso patologico in cui il legame di coppia viene utilizzato come il “luogo” in cui esteriorizzare le dimensioni persecutorie e non ci si può giovare di nuove reintroiezioni.

Come aiutare i bambini ad elaborare il trauma

E’ necessario dare messaggi chiari, trasmettere al bambino le informazioni in modo aperto e sincero, soprattutto riguardo quello che è successo, quello che sta succedendo e quello che succederà.

Le spiegazioni devono tenere conto ovviamente dell’età del bambino. I genitori sono le persone più indicate per informare e preparare il bambino, se questo non è possibile allora deve farlo una persona che il bambino conosce bene, di cui si fida.

Deve esserci il tempo e la tranquillità necessaria per parlare. L’adulto deve ascoltare le domande del bambino e rispondere con sincerità, accettare e rispettare le emozioni del bambino.

I bambini reagiscono in modo diverso, alcuni piangono o protestano oppure negano la realtà, altri dimostrano apatia e si comportano come se non avessero sentito quello che gli è stato appena spiegato, ma devono avere la possibilità di poter riprendere l’argomento con le loro domande e di ricevere risposte sincere.

Se non ci sono risposte, allora bisogna dirlo al bambino, i bambini questo lo capiscono.

È importante ricorrere a volte al supporto di uno psicoterapeuta, soprattutto se le persone con cui vive il bambino non sono in grado di aiutarlo.

L’intervento terapeutico è in genere di breve o media durata ed è importante non solo per risolvere il problema emotivo post-traumatico ma anche come prevenzione di difficoltà future.

il trauma nei bambini

I bambini e le loro emozioni

Omosessualità – Approfondimenti tematici

Nodo critico del trauma dell’omosessualità è l’assenza di valore. Per i genitoromosessualitai spesso il figlio omosessuale segue un orientamento troppo lontana dal proprio e per questo incomprensibile e non condivisibile. La difficoltà è spesso quella di poter avere una relazione sentimentale tale per cui l’investimento va prevalentemente sul corpo.

Si va dall’omosessualità come copertura e difesa da qualcosa all’omosessualità come identità di genere e personale possibile. Il punto è come la si vive e il modo in cui viene integrata con il resto della personalità.

L’identità di genere diventa il nocciolo traumatico.

Il bambino nasce con delle potenzialità ma l’ambiente lo condiziona fino all’adolescenza. Nell’omosessualità è invertito l’oggetto d’amore.

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Genitori: quanto è difficile dire NO!

Un neonato che strilla, un bambino che pone richieste codirenontinue, un adolescente che trasgredisce sono le situazioni tipiche in cui madri e padri si sentono più in difficoltà, perché sanno di dover dire di no e contemporaneamente temono di farlo, convinti che un diniego possa avere conseguenze drammatiche sulla serenità dei loro figli. Eppure le frustrazioni fanno parte della vita, aiutano a riconoscere i confini tra l’io e il mondo, permettono di imparare a controllare gli impulsi, a dominare l’ansia che nasce dall’attesa, a sopportare le difficoltà.

La capacità di dire “no” dunque è un requisito indispensabile per favorire una crescita equilibrata e felice. Senza di essa si possono innescare al contrario dinamiche onnipotenti e autocentrate.

I figli captano con grande abilità le fragilità e le insicurezze dei genitori. Mi è capitato spesso di affrontare con i genitori il tema del “dormire” ad esempio. Bambini già grandi che dormono in mezzo ai genitori, o che, addirittura, ne hanno spodestato uno, prendendone il posto. Pensate alla confusione che si crea: il bambino non sa più se è figlio o compagno; si sente forte perché ha ottenuto ciò che voleva. Ma se lui è il più forte a chi chiederà aiuto nel momento del bisogno? E poi come può il bambino sentirsi sicuro e autonomo se pensa che nemmeno i genitori ritengono che lui possa farcela, visto che non insistono nel farlo dormire da solo. Più si molla, più si alimentano insicurezze che favoriscono ulteriori comportamenti di dipendenza, che sfiniscono i genitori determinando un circolo vizioso.

Certo che accompagnare un figlio alla conquista della propria indipendenza, riportandolo nella sua stanza, stando un po’ lì con lui, rassicurandolo del fatto che può farcela a stare da solo è faticoso. A volte serve anche ai genitori la presenza nel loro letto del figlio perché magari non si vuole affrontare la propria intimità con il coniuge, diventando il figlio strumento di comunicazione e mediazione tra i genitori.

E’ necessario che i genitori sviluppino autostima in modo tale che la possano trasmettere ai propri figli. L’autostima è la capacità di accettare le proprie competenze e i propri limiti, il gestire le regole in maniera flessibile, riconoscendo i propri diritti e gestendo le critiche in modo efficace. Alla base dell’autostima ci deve essere la convinzione di essere competenti e degni d’amore. Se si rinuncia a tutto per occuparsi dei figli e non si mantengono delle aree esclusive di piacere, si comincia con l’essere stressati e ci si arrabbia col bambino tanto amato, che succhia via le energie e costringe a tante rinunce.

Nel vedere adulti stanchi e frustrati diventa meno allettante agli occhi di un figlio l’idea di diventare grande.

Se l’adulto riesce a mantenere questa attenzione su di sé e a conservare delle aree private di piacere potrà affrontare i problemi con più energia, contenendo con più facilità le proprie emozioni.

Spesso problemi di enuresi manifestati dal bambino non sono altro che espressione di una difficoltà di contenimento delle proprie emozioni da parte dei genitori. Se non si sta bene tutto si complica e al bambino vengono a mancare i punti fermi.

Le regole non sono altro che questi punti fermi che arginano e contengono fornendo certezze. Senza di esse i livelli di angoscia e paura si innalzano con il rischio di esserne sommersi. La qualità del clima emotivo che si vive in famiglia è molto importante. Quando esso è irritabile la tendenza è quella di arrabbiarsi o di deprimersi e scoraggiarsi; se si è apprensivi si sviluppa incertezza e paura nei figli che hanno invece bisogno di sentire che i loro genitori sono forti. Se l’umore è euforico tutto sembra più piacevole.

Più i genitori riusciranno a non dimenticare di esistere, sia come coppia che individualmente, più impareranno a non trascurarsi e a riconoscere i loro bisogni, più saranno in grado di accogliere i bisogni dei loro figli, differenziandoli dai loro.