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A Buccinasco un corso di sopravvivenza per genitori

Inizia lunedì 11 gennaio il percorso sulla genitorialità a cura della Casa per la pace di Milano, rivolto alle famiglie. L’assessora De Clario: “Intendiamo offrire un valido aiuto per affrontare i problemi della vita quotidiana e trasformare i conflitti in risorsa”

Buccinasco, 5 gennaio 2016 – Per il terzo anno l’assessorato Servizi alla persona promuove un percorso rivolto ai genitori di bambine/i e ragazze/i che frequentano le scuole di Buccinasco con l’obiettivo di acquisire insieme gli strumenti per trasformare i conflitti in risorsa.

I conflitti spaventano perché mettono in difficoltà e fanno soffrire, ma in realtà sono un’occasione di crescita che, a saperla cogliere, fa crescere chi vi è coinvolto. Il rapporto fra genitori e figli e fra genitori e insegnanti è sovente visitata da conflitti di diverso tipo: relazionali, di potere, tecnologici, di ruolo… Imparare a “so-stare” nel conflitto (e non volere subito la soluzione) è fondamentale per trovare il momento e gli strumenti per trasformare i conflitti in risorsa. Questo percorso vuole proprio aiutare a scoprire alcune piste per orientarci nell’agire quotidiano.

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Omosessualità – Approfondimenti tematici

Nodo critico del trauma dell’omosessualità è l’assenza di valore. Per i genitoromosessualitai spesso il figlio omosessuale segue un orientamento troppo lontana dal proprio e per questo incomprensibile e non condivisibile. La difficoltà è spesso quella di poter avere una relazione sentimentale tale per cui l’investimento va prevalentemente sul corpo.

Si va dall’omosessualità come copertura e difesa da qualcosa all’omosessualità come identità di genere e personale possibile. Il punto è come la si vive e il modo in cui viene integrata con il resto della personalità.

L’identità di genere diventa il nocciolo traumatico.

Il bambino nasce con delle potenzialità ma l’ambiente lo condiziona fino all’adolescenza. Nell’omosessualità è invertito l’oggetto d’amore.

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Genitori: quanto è difficile dire NO!

Un neonato che strilla, un bambino che pone richieste codirenontinue, un adolescente che trasgredisce sono le situazioni tipiche in cui madri e padri si sentono più in difficoltà, perché sanno di dover dire di no e contemporaneamente temono di farlo, convinti che un diniego possa avere conseguenze drammatiche sulla serenità dei loro figli. Eppure le frustrazioni fanno parte della vita, aiutano a riconoscere i confini tra l’io e il mondo, permettono di imparare a controllare gli impulsi, a dominare l’ansia che nasce dall’attesa, a sopportare le difficoltà.

La capacità di dire “no” dunque è un requisito indispensabile per favorire una crescita equilibrata e felice. Senza di essa si possono innescare al contrario dinamiche onnipotenti e autocentrate.

I figli captano con grande abilità le fragilità e le insicurezze dei genitori. Mi è capitato spesso di affrontare con i genitori il tema del “dormire” ad esempio. Bambini già grandi che dormono in mezzo ai genitori, o che, addirittura, ne hanno spodestato uno, prendendone il posto. Pensate alla confusione che si crea: il bambino non sa più se è figlio o compagno; si sente forte perché ha ottenuto ciò che voleva. Ma se lui è il più forte a chi chiederà aiuto nel momento del bisogno? E poi come può il bambino sentirsi sicuro e autonomo se pensa che nemmeno i genitori ritengono che lui possa farcela, visto che non insistono nel farlo dormire da solo. Più si molla, più si alimentano insicurezze che favoriscono ulteriori comportamenti di dipendenza, che sfiniscono i genitori determinando un circolo vizioso.

Certo che accompagnare un figlio alla conquista della propria indipendenza, riportandolo nella sua stanza, stando un po’ lì con lui, rassicurandolo del fatto che può farcela a stare da solo è faticoso. A volte serve anche ai genitori la presenza nel loro letto del figlio perché magari non si vuole affrontare la propria intimità con il coniuge, diventando il figlio strumento di comunicazione e mediazione tra i genitori.

E’ necessario che i genitori sviluppino autostima in modo tale che la possano trasmettere ai propri figli. L’autostima è la capacità di accettare le proprie competenze e i propri limiti, il gestire le regole in maniera flessibile, riconoscendo i propri diritti e gestendo le critiche in modo efficace. Alla base dell’autostima ci deve essere la convinzione di essere competenti e degni d’amore. Se si rinuncia a tutto per occuparsi dei figli e non si mantengono delle aree esclusive di piacere, si comincia con l’essere stressati e ci si arrabbia col bambino tanto amato, che succhia via le energie e costringe a tante rinunce.

Nel vedere adulti stanchi e frustrati diventa meno allettante agli occhi di un figlio l’idea di diventare grande.

Se l’adulto riesce a mantenere questa attenzione su di sé e a conservare delle aree private di piacere potrà affrontare i problemi con più energia, contenendo con più facilità le proprie emozioni.

Spesso problemi di enuresi manifestati dal bambino non sono altro che espressione di una difficoltà di contenimento delle proprie emozioni da parte dei genitori. Se non si sta bene tutto si complica e al bambino vengono a mancare i punti fermi.

Le regole non sono altro che questi punti fermi che arginano e contengono fornendo certezze. Senza di esse i livelli di angoscia e paura si innalzano con il rischio di esserne sommersi. La qualità del clima emotivo che si vive in famiglia è molto importante. Quando esso è irritabile la tendenza è quella di arrabbiarsi o di deprimersi e scoraggiarsi; se si è apprensivi si sviluppa incertezza e paura nei figli che hanno invece bisogno di sentire che i loro genitori sono forti. Se l’umore è euforico tutto sembra più piacevole.

Più i genitori riusciranno a non dimenticare di esistere, sia come coppia che individualmente, più impareranno a non trascurarsi e a riconoscere i loro bisogni, più saranno in grado di accogliere i bisogni dei loro figli, differenziandoli dai loro.