ATTI AUTOLESIVI

Si tratta di sintomatologie che esordiscono, spesso, nella prima adolescenza , che in molti casi si esauriscono durante l’adolescenza perché espressione di un disagio che portato sulla pelle, alla “superficie”, viene in qualche modo, con un sostegno da parte dell’ambiente, superato. In altri casi la scomparsa della condotta specifica non viene a corrispondere ad un esaurimento delle condizioni che l’hanno sostenuta, ma piuttosto ad un loro incistamento o involuzione, che verrà ad esprimersi con varie forme compreso, in alcuni casi, il passaggio ad atti di tipo suicidario.

E’ indubitabile quindi che tale condotta rappresenti perlomeno una condizione di rischio psicopatologico da non sottovalutare. In effetti l’attuale andamento “epidemico” di comportamenti autolesionistici negli adolescenti, in particolare nelle adolescenti, sembra inserirsi nelle forme cliniche culture-bound che hanno nelle anoressie e bulimie le condizioni cliniche attualmente più rilevanti. Si è parlato, a proposito dell’incremento di tali condotte, di anoressia new age; verrebbe da dire anche, almeno apparentemente: low cost. Una guerra a bassa intensità, comunque logorante, che l’adolescente avvia con il proprio Sé e il proprio corpo nel momento in cui fisiologicamente si trova a confrontarsi con l’esigenza di iniziare a definire un’identità corporea e mentale. Condotte che l’adolescente sembra mettere in atto per contrastare il contatto con intollerabili affetti negativi, che si verifica quando emerge una rappresentazione del Sé fortemente “inadeguato”, a fronte di una rappresentazione dell’altro, dell’oggetto, scarsamente accogliente e tollerante, nonché fortemente svalutante. Il self-cutting, quindi, si propone di primo acchito come affezione della pelle, o meglio, ricordando Anzieu (1987), dell’io-pelle, evocativamente, autoimmunitaria. Una sorta di “dermatite autoimmune” che segnala il non riconoscimento, la non accettazione, di parti del sé e del corpo.

Le neuroscienze hanno confermato d’altronde quanto corpo e mente siano due aspetti della stessa sostanza[1]. Identità tra corpo e mente che trova nel cervello il suo cardine, il suo luogo di articolazione. E’ ormai patrimonio comune il dato che i cambiamenti che sperimenta il soggetto in età evolutiva nell’attraversare l’adolescenza non sono sostenuti solo dai fenomeni ormonali, ma anche da consistenti e paralleli fenomeni di trasformazione del cervello . Potremmo dire che le trasformazioni fisiche dell’adolescente riguardano il suo intero corpo a partire dal cervello. Tali trasformazioni appaiono sostenute dallo scopo di “attrezzare” progressivamente il teenager a divenire sempre più autonomo e a consolidare man mano un senso di identità personale. Sotto questo punto di vista l’esigenza di mettersi alla prova e la ricerca di novità rappresentano delle esperienze necessarie a favorire un maggiore senso di sicurezza e di padroneggiamento della realtà e del proprio corpo.

Questi aspetti possono rivestire un ruolo anche nel favorire l’accesso, di alcuni adolescenti in difficoltà, a condotte come il self cutting , sulla base di una esigenza di ricerca di novità, che in questo caso viene messa soprattutto al servizio della necessità di mettere a punto dispositivi che, contenendo l’angoscia, restituiscano un senso di controllo sulla propria minacciata realtà personale. Dobbiamo peraltro considerare, a proposito della propensione alla “novelty seeking” tipica della fase di sviluppo, che la diffusione delle pratiche autolesionistiche in adolescenza è la conseguenza della “appropriazione” di comportamenti che originariamente erano messi principalmente in atto da persone con particolari caratteristiche o in particolari condizioni (soggetti con gravi disturbi di personalità o psicosi o esposti a condizioni particolari come la detenzione in carcere ecc..) aspetto che d’altro canto è ravvisabile nei “trattamenti” sul corpo, come piercing e tatuaggi, generalmente non connotabili, come ci ricorda Lemma (2011), in senso psicopatologico.

Quando incontro Claudia, 14 anni, ella da alcuni mesi si ferisce sulle braccia con la lametta che, come spesso accade, ha svitato dal suo temperamatite. Afferma di non sapersi spiegare perché lo faccia, e ritiene di essere cambiata negli ultimi tempi, non perché si ritenga meno suscettibile di prima a critiche e rimproveri ma perché ora, quando sperimenta situazioni del genere, non le vengono “ le lacrime agli occhi” .

Sembra che la ragazza si ritenga più capace di contenere certi suoi stati emotivi dolorosi o per usare un termine mutuato dalla psicologia dello sviluppo, più competente nella autoregolazione delle sue emozioni; ma evidentemente è solo parzialmente consapevole che si tratta di un’autoregolazione patologica, che trova nel self-cutting uno strumento elettivo di pronto intervento, che la calma temporaneamente. Parzialmente consapevole, perché è stata comunque lei stessa a sollecitare e richiedere un aiuto anche attraverso il sintomo ,“marcatore somatico”  (utilizzo qui tale concetto in termini figurativi) di una persistente condizione di sofferenza. Damasio ha elaborato il concetto di marcatore somatico riferendosi a una configurazione emozionale intesa come variazione dello stato corporeo; una risposta, che diviene tipica, dell’organismo a un evento. In qualche modo è la variazione dello stato corporeo, in primis, a comunicare al soggetto ed eventualmente all’ambiente un cambiamento di cui tener conto. La tipicità della risposta corporea all’evento istituirà un meccanismo che si metterà in atto successivamente in modo automatico quando le contingenze lo richiederanno, quando si proporranno situazioni riconosciute dall’organismo come assimilabili a quella iniziale.

E’ possibile interpretare forse l’istituirsi delle condotte autolesive nell’adolescente non solo come ricerca di un sollievo alla sofferenza mentale e eventualmente una sollecitazione in tal senso al mondo esterno ma anche come una comunicazione dell’adolescente a sé stesso, attraverso il corpo, del proprio disagio. Una condizione percepibile, a volte, in maniera più netta, in prime adolescenti che giungono alla consultazione particolarmente disorientate, che non trovano facilmente pensieri e parole da associare a una condotta da cui, per certi versi, si sentono agite. L’instaurarsi del comportamento autolesivo spesso si accompagna alla ricerca di un senso dell’atto e forse di un senso di sé, ricerca che più che mai in adolescenza ha bisogno di “appoggiarsi” a quello che offre l’ambiente. “ … autolesionismo…l’autolesionismo è quando si fa male a sé stessi, quando si è depressi” affermava Claudia facendo riferimento alla biografia della nota cantante ”autolesionista”….”e puoi arrivare al suicidio, ma io a questo non ho lo mai pensato,… più che altro per i miei “ . Affermazione ambigua, quest’ultima, che segnala probabilmente in sé una negazione, in termini freudiani, e nello stesso tempo la persistenza di un legame, seppur con implicazioni regressive, nel mare magnum degli scompaginamenti adolescenziali. L’ancoraggio ai legami familiari, si potrebbe dire, per statuto dell’adolescenza, deve allentarsi. In assenza però di una relativa sicurezza di poter, almeno per un certo tempo, navigare a vista in attesa di poter individuare rotte più definite, anche approdi che sembrano non costituire una sosta e un rifornimento di un percorso soggettivante, possono essere praticati. “Sono autolesionista”, un’affermazione che mi è capitato diverse volte di ascoltare all’inizio del primo colloquio con ragazze adolescenti che presentano tale tipo di problematica. Nel primo incontro generalmente, soprattutto se non vi è alla base una richiesta esplicita dell’adolescente, non si va subito “al dunque”, ma si avvia una cauta esplorazione dell’altro alla ricerca di elementi che possano suggerire la possibilità di un’apertura. Nel contempo l’esitazione che spesso percepiamo testimonia di questa peraltro fisiologica incertezza identitaria, questa difficoltà a narrare qualcosa che ancora non è. Attraverso un’affermazione così perentoria si definisce invece, senza apparente incertezza, un’identità, denunciando contemporaneamente una mancanza, una chiusura, almeno temporanea, alla speranza di trovare in sé aspetti meno mortificati e più vitali. Non sempre però queste condotte in adolescenza sembrano rivestire questo tipo di vantaggio secondario.

Soprattutto in adolescenti più grandi qualche volta l’idea che la loro sofferenza possa rientrare in schemi, tendenze, può risultare un elemento di mortificazione che si aggiunge a quelli che sostengono tali comportamenti. Al senso di vergogna per come ci sente e si ritiene di essere visti dagli altri si aggiunge in certi casi la vergogna dello stesso gesto, le cui tracce si cerca di nascondere. Non è certo un caso che si tratti anche di un tipo di adolescenti che risultano meno disponibili ad accedere ad una relazione terapeutica e, nel caso in cui questo accada, a “darci un taglio” quando il livello di sofferenza è divenuto meno pervasivo o, nel caso in cui si determino anche lievi increspature nella sintonia tra paziente e terapeuta. Frizioni difficilmente riparabili all’interno della diade, per l’esposizione dell’adolescente a intollerabili vissuti di vergogna e di rabbia. E’ un elemento, quello della “ clandestinità”, che in maschi adolescenti che fanno ricorso a tale pratica, sembra più pronunciato. In questo caso tale condotta probabilmente viene ad essere maggiormente connotata  come una debolezza, un vissuto che, a volte, sembra compensato concretamente da una maggiore profondità dei tagli. Mi domando quanto gli aspetti ora considerati possano avere un ruolo nella frequenza significativamente maggiore con cui le ragazze, rispetto ai ragazzi, ricorrono al self-cutting .

Darci un taglio quindi con l’indeterminatezza, con la confusione, con il malessere. Come afferma Le Breton : ”Si tratta di fabbricare un dolore che argini la sofferenza” o, come in maniera altrettanto pregnante mi ha riferito un’altra giovane paziente, di “soffocare un grido”. Il taglio, come figurazione della ferita interiore e nello stesso tempo modo di cura della ferita stessa. Come incidere un ascesso e lasciar defluire i liquidi, le emozioni tossiche, negative. Si sa che, in assenza di una cura profonda, si verificheranno facilmente delle recidive. In alcuni casi la procedura potrà comunque favorire attraverso questo apparentemente paradossale meccanismo di algesia-analgesia, una delimitazione del dilagare di emozioni dolorose. “ non mi vengono più le lacrime agli occhi”, le lacrime, il pianto, segnali dal mondo dell’infanzia, di un legame regressivo con gli oggetti genitoriali. Segnali la cui percezione va interrotta, recisa, semmai sequestrata, isolata. Un incistamento che consegue allo stabilirsi di una ripetizione; un dolore che lenisce una sofferenza e che può sancire una dipendenza. Per sopravvivere al trauma il soggetto deve rinunciare a parti vitali del suo Sé, così come l’amputazione chirurgica di un arto viene a rappresentare l’unica possibilità di arrestare la diffusione di un processo gangrenoso. Il bisturi che viene utilizzato nel caso del trauma psichico è quello della dissociazione, non si dissociano solo esperienze traumatiche ma viene danneggiato, per la sopravvivenza del Sé, lo sviluppo dell’apparato percettivo-affettivo. Il sistema difensivo approntato permette il distanziamento da emozioni dolorose, ma limita le possibilità di crescita emotiva e cognitiva del soggetto sostenuto da un adeguato sviluppo della capacità di autoregolazione affettiva.

Buone capacità di autoregolazione affettiva, la Winnicottiana capacità di essere soli, non possono che svilupparsi come conseguenza di buone esperienze di eteroregolazione affettiva che il bambino sperimenta nella relazione con le figure di accudimento primarie. Per certi bambini alle soglie della pubertà, più facilmente per quelli che durante l’infanzia hanno sperimentato relazioni emotivamente scadenti con le figure di accudimento, l’ingresso in adolescenza può presentarsi esso stesso come traumatico. La restituzione sintomatica segnala il tentativo di riparare il trauma nei modi possibili, determinando il rischio di variabili gradi di automutilazione del Sé adolescente all’interno dei quali può rientrare, come difesa autarchica e pauperizzante, il self cutting.

 L’adolescente deve imparare a tollerare le angosce emergenti, a modulare e regolare i suoi stati affettivi al servizio della crescita del Sé e del suo progetto esistenziale per completare il processo di soggettivazione. In caso contrario si verificherà un arresto dello sviluppo sostenuto da una tendenza subdola o drammatica all’autodistruttività.