Categoria: News

La depressione cambia volto, nuove forme fra i giovani

Da Giappone fenomeno ‘Hikikomori’; test donne incinte Usa

Giovani sempre più ‘malati nell’anima’. Crescono i casi di ragazzi depressi, di adolescenti con forti disagi psicologici spesso collegati all’uso di sostanze stupefacenti, ma si fanno largo anche ‘nuove forme’ di malessere tra i teen-ager come il singolare fenomeno ‘Hikikomori’, nato in Giappone e che ora conta migliaia di casi in Italia. E’ una depressione che ‘cambia volto’, soprattutto nel mondo giovanile, quella sulla quale gli psichiatri puntano i riflettori, avvertendo come al contempo tale patologia stia determinando un”epidemia’ pure tra gli anziani.

La depressione, avvertono gli esperti in occasione della Conferenza Internazionale ‘Depression: State of the Art 2016’, organizzata all’interno della Città del Vaticano con il contributo non condizionato dell’azienda Lundbeck, rappresenta una vera e propria emergenza:

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L’impronta della depressione trasmessa di madre in figlia

Le strutture cerebrali delle emozioni ereditate per via materna

L”impronta” della depressione si trasmette di madre in figlia. E’ solo per via materna, infatti, che viene ereditato il circuito cerebrale responsabile di emozioni, cambiamenti di umore e in particolare della depressione. Lo dimostra la ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience, condotta dal gruppo di Fumiko Hoeft, dell’università della California a San Francisco, e basata sui dati raccolti analizzando 35 famiglie americane.
E’ la prima volta che questo legame viene dimostrato, anche se i ricercatori aggiungono che a causare la depressione sono cruciali anche altri elementi come l’ambiente e le esperienze sociali.

Era noto finora che

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I danni dell’ansia sulla nostra salute: fino all’Alzheimer

Studio svedese ha stabilito che il disturbo condiziona alcune funzioni quali la memoria , la capacità critica, il linguaggio. Ma può anche indurre patologie gravi e irreversibili

Può rovinare il presente, ma anche condizionare il futuro. L’ansia quasi mai è amica della salute: riducendo l’efficienza del sistema immunitario, ci espone a un più alto rischio di sviluppare infezioni. Ma non solo. Chi vive costantemente sotto stress è anche a un rischio più alto (del cinquanta per cento) di ammalarsi di una forma di demenza senile, la più diffusa tra le quali è la malattia di Alzheimer.

 

IL TEST SUI GEMELLI STUDIATI PER 28 ANNI

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Bullismo, 12enne si getta da finestra: “Non ce la facevo a rientrare a scuola”

18 Gennaio 2016

Una ragazzina, di 12 anni, si è gettata dal secondo piano della propria abitazione, a Pordenone. Prima di lanciarsi nel vuoto, la piccola ha lasciato due lettere sulla scrivania. Nella missiva indirizzata ai genitori si scusava per il gesto, in quella ai compagni di classe, invece, una frase emblematica: “Adesso sarete contenti”. Si fa largo quindi l’ipotesi del bullismo come causa del gesto. La 12enne, che ha riportato politraumi, è fuori pericolo.

Giù dal balcone per i bulli: “Non volevo tornare là”

E’ stato un miracolo se durante la caduta è andata a rimbalzare sulla tapparella di un appartamento al primo piano frenando di fatto il volo verso il selciato.
Rimasta sempre cosciente, la ragazzina è stata immediatamente soccorsa e ricoverata con prognosi riservata nel reparto di terapia intensiva di Pordenone, dove i medici le hanno diagnosticato numerose fratture. Per il sospetto interessamento dell’area spinale è stata trasferita all’ospedale di Udine. La madre si è accorta della vicenda quando, entrando nella sua camera, non ha trovato la figlia notando la finestra aperta. Allora si è affacciata e ha visto la bimba distesa nel cortile sottostante, con un vicino che le stava soccorrendo.

“Non volevo rientrare a scuola” – “Oggi dovevo tornare a scuola dopo la malattia, ma io non ce la facevo a rientrare in quella classe. Avevo paura di urlare al mondo i miei timori e così ho deciso di farla finita”. E’ quanto ha raccontato la dodicenne, dopo essersi lanciata dalla finestra, alla prima persona che l’ha soccorsa, un vicino di casa.

La madre: “Non avrei mai pensato a un malessere così grande” – “Mia figlia non si trovava bene a scuola, ma mai avrei pensato a un malessere così grande”. Lo ha detto la madre subito dopo il tragico gesto.

Lettere scritte giorni fa – La 12enne deve aver maturato nel tempo la convinzione di suicidarsi. Lo si desume dal fatto che le lettere lasciate sulla scrivania riportano una data della settimana scorsa, probabilmente giovedì. La ragazzina da circa una settimana non andava a scuola a causa di una infiammazione alle vie respiratorie. La mamma è entrata nella sua cameretta proprio per somministrarle una terapia di aerosol.

Dirigente scuola: “Nessun segnale” – “Non c’era alcun segnale che lasciasse presagire quanto accaduto, siamo sconvolti”. Sono le parole della dirigente della scuola media frequentata dalla ragazzina. “Mai, né durante i Consigli di classe, né in situazioni più informali – ha aggiunto – era emerso disagio di alcun tipo, e men che meno episodi di presunto bullismo. I genitori di questa ragazzina e degli altri alunni non hanno mai accennato nulla a me o agli insegnanti. Insomma, un dramma che stava covando e di cui nessuno si era accorto ma non ci sono evidenze alla scuola che ci siano stati episodi particolari”.

“La ragazzina ha sempre frequentato con profitto – ha proseguito la dirigente – anche se con una certa discontinuità. Questo è l’unico elemento per cui ho riconosciuto il nome quando gli agenti della Questura sono entrati. E’ spesso a casa per qualche problema di salute, ma faceva tante assenze anche alla primaria. Quando ho informato i docenti mi hanno riferito che volevano prendere contatto coi genitori perché da qualche giorno era a casa e i compagni avevano riferito loro che era probabilmente influenzata”.

Sulla situazione della classe – venti alunni di cui sette stranieri – la preside ha spiegato che si tratta di un normale gruppo di dodicenni, “forse un po’ più turbolento della media – ha riconosciuto – ma senza costringerci ad adottare particolari provvedimenti disciplinari”.

Fonte: Paolo Brinis http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/friuli-venezia-giulia/pordenone-12enne-si-getta-da-finestra-per-colpa-dei-bulli-sarete-contenti-_2155099-201602a.shtml

 

Disturbo antisociale di personalità, i sintomi e come affrontarlo

Ecco in cosa consiste il disturbo antisociale di personalità e quali sono le cause ed i possibili trattamenti.

Il Disturbo Antisociale di Personalità (DAP) è un disturbo di personalità che comporta un atteggiamento di indifferenza e violazione delle regole e dei diritti delle altre persone da parte di chi ne è affetto. Si tratta di un disturbo che si manifesta sin dall’adolescenza, e che può comportare serie conseguenze non solo per quanto riguarda i rapporti interpersonali, ma anche per quanto concerne il rapporto con la legge. Le persone che soffrono di tale disturbo infatti, tendono a non rispettare le regole, e per questa ragione compiono azioni illegali o immorali, oltre a manipolare le persone che le circondano.

 Quali sono i principali disturbi psicologici e come vengono classificati

Il soggetto affetto da Disturbo Antisociale di Personalità presenta uno scarso (o inesistente) rimorso nei confronti delle azioni compiute e delle loro conseguenze; si tratta di un soggetto tendenzialmente aggressivo e impulsivo, una persona che tende a manipolare le persone che ha intorno, per il proprio tornaconto personale. La persona con Disturbo Antisociale di Personalità non è capace di provare empatia nei confronti delle altre persone, non è in grado di scusarsi sinceramente per le azioni compiute e tende a mescolare storie reali a fatti completamente inventati, al punto tale che risulta difficile, per il suo interlocutore, riuscire a comprendere quale sia la verità. Inoltre, il soggetto affetto da DAP avrà un’alta autostima, un comportamento irresponsabile nella gestione delle sue relazioni interpersonali e una bassa tolleranza alla frustrazione.

Le cause del Disturbo Antisociale di Personalità

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Bullismo: c’è un legame con i disturbi alimentari

Tra bullismo e disturbi alimentari, come anoressia e bulimia, c’è un doppio legame. A rischio di avere un cattivo rapporto con il cibo sia chi fa atti di bullismo sia chi li subisce

Esiste un legame tra bullismo e disturbi alimentari. A dichiararlo è un nuovo studio pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders, realizzato da esperti dell’Università della North Carolina. Già si sapeva che il bullismo era legato a un maggior rischio di ansia, depressione e problemi psicologici, ma ora si è scoperto che il bullismo può aumentare le possibilità di incorrere in rapporti malsani con il cibo, come l’anoressia e la bulimia. E, sorprendentemente, a manifestare questi disagi non sarebbero solo le vittime di questo grave e sempre più diffuso fenomeno giovanile, ma anche gli stessi responsabili di atti di bullismo.

Analisi sui bulli e sulle vittime del bullismo

Per condurre la ricerca gli esperti americani hanno esaminato un campione di 1420 bambini, che sono stati suddivisi in quattro categorie: bambini che non sono mai stati coinvolti in fenomeni di bullismo; quelli che talvolta sono stati vittime e talvolta artefici; le vittime del bullismo; infine, i bambini che sono stati solo bulli.

Conseguenze per tutti

In base ai dati raccolti è emerso che chi è stato vittima di episodi di bullismo corre maggiori rischi (in percentuale quasi doppia) di soffrire di disturbi alimentari rispetto a coloro che non lo sono mai stati. I bambini sia bulli sia vittime hanno più probabilità di diventare anoressici o bulimici. E, ancora, l’impatto del bullismo sui bulli veri e propri sarebbe molto significativo, registrandosi una percentuale del 30,8% di giovani che presentano i sintomi della bulimia rispetto al 17,6% di quelli che non sono mai stati coinvolti nel bullismo.

A sorpresa, più a rischio proprio gli esecutori

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Anoressia tra le bambine, crescono le richieste di aiuto

Tra le bambine e le adolescenti colpite da anoressia e da disturbi del comportamento alimentare in genere le richieste di ricovero sono aumentate fino al 40%. In crescita anche l’attività ambulatoriale. Ecco cosa si può fare

Anoressia, un male che divora corpi di piccole e grandi donne, non fa distinzione e cresce a dismisura il numero di richieste aiuto, tra cui bambine che frequentano appena le scuole elementari. In aumento, infatti, il numero di richieste di ricoveri, fino al 40%, e anche l’attività negli ambulatori dei centri di cura di riferimento, fino al 50%. Perché il fenomeno anoressia – che riduce i corpi a pelle e ossa, con rischi gravissimi di denutrizione, problemi mentali, cardiaci, ossei, vascolari, renali, intestinali, fino alla morte – esiste. Anche se non si vede. A disegnarne contorni ed esperienze sono i medici dell’ospedale Regina Margherita e del Centro pilota regionale dei disturbi del comportamento alimentare della Città della salute di Torino. “Nel nostro reparto le richieste di ricovero e di visite ambulatoriali sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi anni” conferma il professor Giorgio Capizzi della Neuropsichiatria infantile.

Ricoveri e visite ambutolariali

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Anoressia e bulimia: un aiuto da A.F.co.D.A.

Anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata: chi ne soffre ha bisogno di un sostegno, così come chi sta vicino alle persone che vivono in prima persona i disordini alimentari.

A.F.co.D.A. – Associazione dei Famigliari contro i Disturbi Alimentari si propone come punto di riferimento per chi vuole un consiglio. «In passato abbiamo organizzato sedute di auto-aiuto, perché chi soffre di disordini alimentari potesse confrontarsi con chi era riuscito a superare il problema», spiega Paola Costa, membro del Consiglio direttivo dell’associazione. Oggi i volontari rispondono e danno consigli a chi li contatta scrivendo sulla pagina Facebook di A.F.co.D.A., o chiamando il numero 010 6143031.

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A Buccinasco un corso di sopravvivenza per genitori

Inizia lunedì 11 gennaio il percorso sulla genitorialità a cura della Casa per la pace di Milano, rivolto alle famiglie. L’assessora De Clario: “Intendiamo offrire un valido aiuto per affrontare i problemi della vita quotidiana e trasformare i conflitti in risorsa”

Buccinasco, 5 gennaio 2016 – Per il terzo anno l’assessorato Servizi alla persona promuove un percorso rivolto ai genitori di bambine/i e ragazze/i che frequentano le scuole di Buccinasco con l’obiettivo di acquisire insieme gli strumenti per trasformare i conflitti in risorsa.

I conflitti spaventano perché mettono in difficoltà e fanno soffrire, ma in realtà sono un’occasione di crescita che, a saperla cogliere, fa crescere chi vi è coinvolto. Il rapporto fra genitori e figli e fra genitori e insegnanti è sovente visitata da conflitti di diverso tipo: relazionali, di potere, tecnologici, di ruolo… Imparare a “so-stare” nel conflitto (e non volere subito la soluzione) è fondamentale per trovare il momento e gli strumenti per trasformare i conflitti in risorsa. Questo percorso vuole proprio aiutare a scoprire alcune piste per orientarci nell’agire quotidiano.

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Linee Teoriche – Da Freud ad Oggi

Nella psicoanalisi centrale è il ruolo giocato dall’inconscio e ancora di più dagli affetti che assumono un ruolo fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo. Certo è che se per Freud sessualità e aggressività guidavano ogni azione umana e la relazione contava poco per i suoi successori a partire dalla nota M. Klein per finire con D. Winnicott la relazione madre-bambino diventa il nuovo oggetto di studio. Il mondo interno assume un ruolo centrale e i sentimenti, le passioni, le esperienze emotive, l’amore e l’odio sono alla base delle motivazioni umane.
La psicoanalisi assumeva che l’esperienza della prima infanzia fosse dominata da un mondo di fantasie e che molti degli abusi e delle ingiustizie che i pazienti riferivano di aver patito da piccoli rappresentassero piuttosto delle costruzioni distorte prodotte dalle stesse forze interne da cui avevano preso origine i loro conflitti nevrotici. In realtà purtroppo molte delle esperienze di abuso subite da piccoli dalle persone sono state reali. Selma Fraiberg aveva assistito numerosi pazienti che avevano patito abusi e maltrattamenti proprio dalle figure da cui avrebbero dovuto aspettarsi amore e protezione. Quello che la Fraiberg aveva rilevato era la assoluta incoerenza tra il contenuto del ricordo e l’affetto corrispondente in quanto spesso questi ricordi venivano narrati con totale distacco emotivo o addirittura giustificando chi ne era stato l’artefice. Quegli stati affettivi dimenticati e dissociati dalla vita di tutti i giorni una volta che queste vittime avessero avuto dei figli si sarebbero ritrovati nello stesso contesto in cui certi eventi traumatici si erano prodotti vale a dire nella condizione di intimità con il bambino che diventava bersaglio designato della ripetizione di quegli eventi. La patologia nasceva dunque dalla difesa messa in atto e dal barricamento dell’emozione. Diventava allora indispensabile quando si interveniva con questi genitori farli parlare della loro relazione coi propri genitori, far loro raccontare della loro vira da bambini, di che succedeva in casa e di quale rapporto ci fosse fra i genitori. Sembra insomma che il bambino sin dal momento in cui viene al mondo debba portare su di sé il peso di chi lo ha fatto nascere per diventare l’attore inerme e inconsapevole del dramma familiare. La storia però non è destino e accanto a questi casi c’è ne erano altri di desolazione violenza e abbandono che non avevano pero intaccato il solido e amorevole legame di chi li aveva subiti con i loro figli. Ciò che faceva la differenza, affermava la Fraiberg, era il tipo di difesa che era stato avviato all’epoca del trauma infantile perché quello che conta, ci insegna lea psicoanalisi, non sono i fatti ma come li elaboriamo e le rappresentazioni che ne abbiamo.